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Bersani sta vendendo la pelle di Silvio prima del tempo

Bersani sta vendendo la pelle di Silvio prima del tempo

Politica - di Redazione - 6 Giugno 2011 alle 20:27

«Penso che prima di scegliere il segretario, saremo chiamati a eleggere il nuovo presidente del Consiglio». Nello sfrenato ottimismo di Giuseppe Fioroni, c’è la fotografia dello stato d’animo dei dirigenti Pd al termine della Direzione nazionale. Lo champagne ancora non è rientrato in frigo. I brindisi continuano e poco importa che le vittorie nelle città chiave, Milano e Napoli, siano arrivate grazie a due candidati (Pisapia e De Magistris) distinti e distanti da via Santa Andrea delle Fratte.
Negli interventi dei big del partito prevale l’atteggiamento di chi la pelle dell’orso Berlusconi l’ha venduta e vuole già spartirsi i ricavi. Prendete l’intervento di Pierluigi Bersani. Esaltato dai successi altrui, cerca persino di rubare il mestiere a Beppe Grillo avventurandosi in una trita battuta sulla capigliatura del Cavaliere. «Non vedo cose nuove nel rilancio del Pdl, l’unica cosa giovane che vedo sono i capelli di Berlusconi che crescono». Così il segretario del Pd sulla nomina del ministro Angelino Alfano a segretario del Pdl.
Bersani ha elencato i successi davanti alla direzione con un’enfasi degna di Napoleone  alle Piramidi. «Un risultato eccellente, addirittura superiore a quello del 2006». Grillini e dipietristi? Roba loro. «Siamo a nostro agio con i movimenti di riscossa civica. Ci siamo posizionati alla confluenza di movimenti con cui ci siamo sentiti a nostro agio e non siamo stati sentiti estranei. Movimenti che hanno visto protagonisti tante donne e tanti giovani. Alle elezioni, è emersa una risorsa civica di cultura democratica. Una potenzialità da consolidare e sulla quale c’è parecchio lavoro da fare».
Archiviato il successo, è ora di guardare al futuro. Per quanto riguarda le consultazioni del 12 e 13 giugno, il Pd «farà di tutto per raggiungere il quorum ai referendum». Mentre «sull’acqua  non accettiamo speculazioni sulla nostra posizione: un ministro come Ronchi che non sa la differenza tra liberalizzazione e privatizzazione forzata non dovrebbe avere la patente di ministro». Sull’appuntamento dell’esecutivo con le Camere, invece, il segretario non ha dubbi: «La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni. Siamo al ribaltone e al teatrino della politica. La maggioranza non c’è più nel Paese. Stiamo all’assenza di governabilità». Il leader democrat si sente già vincitore, tanto che riesce anche nell’impresa di scatenare un incidente diplomatico con il futuro e principale alleato. Sull’affidabilità politica di Nichi Vendola e di Sel la chiosa è urticante: “Verrà valutata sui fatti al momento opportuno”. Un intervento che scatena la reazione del governatore pugliese. La frase di Bersani? «È un po’ pelosa e meschina. Credo – ha replicato Vendola – che nessuno nel centrosinistra debba mettersi in cattedra e considerare i propri interlocutori come alunni che debbano sottostare a un giudizio». Questo atteggiamento, è la replica del leader di Sinistra e libertà deriva dalla «cultura del partito che io trovo un po’ invecchiata». Bisogna avere più umiltà, meno spocchia e più disponibilità a mettersi in discussione. Un incidente diplomatico che ha costretto il povero Bersani a un rapido mea culpa e a un cospargimento di cenere repentino, con la classica scusa: «C’è stato un fraintendimento totale». Scuse accettate e avanti così. Ma se alla prima uscita pubblica, l’aria che tira è questa, per dirla con Maurizio Gasparri è emblematica di «una sinistra che già oggi, mentre festeggia successi, già passa agli insulti tra Vendola e Bersani».
Una deriva barricadera alla quale non sfugge anche una esponente solitamente misurata come la capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro. In un’intervista al Messaggero ha parole al vetriolo per il Guardasigilli: «Alla Giustizia non sarà rimpianto. Alfano non è stato un argine ai deliri del premier contro la magistratura, non sarà difficile trovare un ministro che si occupi meglio dei problemi della giustizia». Un brutto segnale, secondo Anna Maria Bernini, portavoce vicario del Pdl che lancia un invito. «Bersani e Finocchiaro non si prestino a sdoganare la politica dell’insulto». I dirigenti Pd, attacca la Bersani, «hanno dato spazio alla cattiva abitudine di riciclare vieta propaganda, scimmiottata di rimbalzo dai partiti più estremi. L’ennesima occasione mancata per un Paese che meriterebbe una opposizione costruttiva, capace di battersi per i diritti dei cittadini, non solo per il proprio diritto di libero insulto».

6 Giugno 2011 alle 20:27