
Grilz, il primo inviato italiano a morire sul campo
Società - di Redazione - 7 Ottobre 2011 alle 20:14
Il primo inviato di guerra italiano morto dopo la Seconda guerra mondiale fu uno di noi: Almerigo Grilz, triestino, leader del Fronte della Gioventù e consigliere comunale della città giuliana, morto in Mozambico mentre si trovava come corrispondente della Albatross Press Agency al seguito dei guerriglieri della Renamo, che si opponeva ai filosovietici della Frelimo. Mentre la Renamo ripiegava, nei pressi della città di Caia, Almerigo fu raggiunto alla nuca da un colpo sparato dagli avversari, e rimase in Mozambico per sempre. Fu recuperata la sua telecamera, dove è documentata tutta la battaglia dell’ex zuccherificio, fino al momento in cui la telecamera cadde per terra. I guerriglieri di Afonso Dhlakama, il capo del movimento di resistenza nazionale, lo portarono a spalla per un giorno e mezzo, fino a seppelirlo sotto un maestoso albero, in un luogo chiamato Ndore, dove tutt’oggi riposa. Fu sua madre (Almerigo era figlio unico) che decise che fosse meglio lasciarlo lì dove era caduto per inseguire la sua passione-professione. Professione nella quale era bravissimo: aveva documentato i più caldi conflitti degli anni Ottanta, dall’Afghanistan dei mujahaddin invaso dall’Urss, a Beirut, alla Birmania, alla Cambogia, alla guerra Iran-Iraq, a un reportage sul regime degli ayatollah. Fu poi nell’Africa australe, Angola e Mozambico devastate dalla guerra civile, e in Etiopia. I suoi servizi furono comprati un po’ dappertutto, ma poco in Italia, a causa del suo passato missino. Anche dopo la sua morte ci vollero 21 anni prima che la casta dei giornalisti di sinistra accettasse di porre una targa nella sua città natale. Mentre l’amministrazione da ben più tempo gli ha dedicato una via.
I suoi servizi vennero pubblicati in Italia da Avvenire, Panorama, il Sabato, e dalla Rivista italiana difesa (che però non lo fece firmare col suo nome, forse in quanto missino, ma con quello di Almerigo Grilli) in Gran Bretagna dal Sunday Time e Jane’s defence weekly, in Francia dall’Express, poi con la tv di Stato tedesca Ndr. I suoi filmati furono acquistati dalle statunitensi Cbs e Nbc. La Rai gli prese poco, sempre per la solita congiura del silenzio, quasi fosse, come ha scritto il suo amico Fausto Biloslavo, l’inviato ignoto. Una sorta di damnatio memoriae che però non ha retto al tempo: nel 2002 i suoi amici e colleghi Giancarlo Coccia, Gian Micalessin e Franco Nerozzi andarono in Mozambico a cercarne le spoglie. E le trovarono, realizzando un documentario che mette ancora oggi i brividi. Lo trovarono e lo ricordarono in quella radura sperduta. Ma già nel 1991, un altro suo collega, Luca Poggiali, oggi direttore di Raids con cui Almerigo collaborò, andò con la Renamo per seguire la guerriglia, e parlò con molti miliziani che lo avevano conosciuto: lo stesso leader, Dhlakama, ne parlò in termini commossi. Almerigo aveva iniziato a fare il giornalista nel 1979 lavorando a Dissenso, il mensile della giovane destra diretto da Maurizio Gasparri, per poi fondare nel 1983 la “Albatross”, insieme con Biloslavo e Micalessin. Dopo una sordina durata troppi anni, Almerigo è ancora con noi.
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