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“Acciaio”, il film del disincanto su operai e fabbrica

“Acciaio”, il film del disincanto su operai e fabbrica

Politica - di Redazione - 24 Luglio 2012 alle 20:50

Adesso arriva anche il film ispirato al romanzo di Silvia Avallone Acciaio“(tradotto in 22 paesi). Il regista Stefano Mordini si è trovato alle prese con una realtà operaia amara e senza molte speranze di progresso. Perché in Acciaio la realtà della fabbrica è molto diversa da quella cara alla cultura progressista. E se nel 1971 nel film La classe operaia va in paradiso si celebrava l’acquisizione della coscienza di classe da parte del protagonista, in Acciaio lo scenario è cupo e infernale, e induce persino all’ammirazione per il modello di un self made man come Berlusconi. Certo la politica resta sullo sfondo della storia di Anna e Francesca, le due protagioniste (interpretate nel film dalle quindicenni Matilde Giannini e Anna Bellezza) ma si affacciano disillusione e disimpegno, elementi sgraditi ai nostalgici dell’operaismo “illuminato”. Anzi Anna prende in giro la madre perché si intestardisce a frequentare le manifestazioni di Rifondazione comunista. In pratica, l’orizzonte di liberazione degli operai di Acciaio oltrepassa il banale consumismo per farsi vera e propria via di fuga, lontano da un degrado sociale dove è assente ogni forma di solidarismo. E il fatto che il luogo da dove tutti vogliono scappare si chiami via Stalingrado (nome immaginario di una strada che a Piombino in realtà non esiste) spiega perché anche a livello simbolico il libro, la storia, non siano stati granché apprezzati a sinistra. E persino gli operai di Piombino non hanno gradito, ritrovandosi dipinti non come diseredati alla Hugo, ma come emarginati e basta. Così quando Silvia Avallone andò lì a presentare il suo libro, due anni fa, una signora le espresse così tutto il suo dissenso: «Ma lo sa, cara signorina, che qui abbiamo fatto dei gruppi di lettura? Ci passiamo il libro per non comprarlo così non le diamo i 18 euro». Dunque il regista di Acciaio ha preferito ripiegare su una versione minimalista del romanzo: l’adolescenza che a fatica si ricostruisce un sogno. Un leit motiv che può scavalcare la fabbrica, le acciaierie, la coscienza di classe. E diventare universalmente banale.

24 Luglio 2012 alle 20:50