
Ad El Alamein arde la “fiaccola degli ideali”
Società - di Redazione - 22 Ottobre 2012 alle 20:06
Da El Alamein al Kerala, dai soldati caduti in battaglia ieri a quelli prigionieri – fortunatamente in un contesto assolutamente meno cruento – oggi. La cerimonia per il 70esimo anniversario della battaglia che nel 1942 vide fronteggiarsi gli eserciti inglese, da una parte, e italo-tedesco, dall’altra, ha toccato punte di rara commozione quando, nella sua omelia, il cappellano paracadutista della Folgore, padre Giuseppe Faraci, ha ricordato Salvatore Girone e Massimiliano La Torre. Il sacerdote, infatti, è stato più volte in India e ha fatto da tramite tra le autorità italiane e i familiari dei due pescatori, la cui morte ha poi causato l’arbitrario arresto dei due marò. Prima di ricordare i 5.300 italiani e i 232 ascari libici caduti a El Alamein nell’ottobre di 70 anni fa, padre Faraci ha infatti spiegato un fazzoletto della brigata San Marco dichiarando fra l’emozione generale: «Come sa chi mi conosce, ormai da mesi non celebro alcuna funzione senza inviare un pensiero a questi due ragazzi che conosco e stimo. Prego per le loro famiglie ma anche per quelle dei due pescatori indiani». Visibilmente commosso, il sacerdote ha poi officiato la cerimonia di fronte alla nutrita delegazione istituzionale italiana, ma anche ai paracadutisti giovani e meno giovani, alle famiglie di chi lì ha combattuto e a qualcuno degli ultimi reduci ancora in vita. Folta la rappresentanza politica italiana, accolta dall’ambasciatore d’Italia in Egitto, Claudio Pacifico, e accompagnata dal capo di stato maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate, e dal commissario generale per le Onoranze dei Caduti di guerra, generale di corpo d’armata Vittorio Barbato. Alla cerimonia internazionale, presso il sacrario del Commonwealth, hanno invece partecipato autorità politico-militari egiziane e di tutte le nazioni che hanno preso parte alle battaglie sugli schieramenti opposti.
Particolarmente toccante anche l’accensione della “fiaccola degli ideali”, dopo la consueta staffetta di tedofori che ha percorso, in stile “olimpionico”, i circa 54 chilometri di deserto che separano la depressione di El Qattara, luogo effettivo dei combattimenti della Folgore, dal sacrario. Nel giro di due giorni «ognuno dei partecipanti – racconta il sito web dei congedati della Folgore – ha coperto il proprio lungo turno di corsa, con comprensibile fatica dovuta al caldo, alla sabbia e a molti “scollinamenti”, dentro e fuori la depressione, per intercettare i cippi dove effettuare il cambio. Nessuno si è ritirato, né lamentato né sottratto ai turni massacranti, dimostrando di avere ben compreso le finalità etiche del nostro gesto».
L’emozione è stata particolarmente forte anche quando sono stati scoperti i cippi del “Parco storico del campo di battaglia di El Alamein”, una iniziativa volta allo studio e alla salvaguardia del sito attraverso il ripristino delle numerose postazioni che si sono fino a oggi conservate. Ciascun cippo riporta sulla facciata lo stemma della divisione che lì ha combattuto nel 1942, oltre alle indicazioni geografiche delle località, al numero identificativo e ai nominativi di chi ha contribuito alla sua realizzazione con eventuali dediche.
L’anniversario della battaglia è stato celebrato anche da Poste Italiane, che per l’occasione ha emesso un nuovo francobollo autoadesivo da 1,40 euro per commemorare la brigata paracadutisti Folgore. La vignetta del francobollo mostra appunto la base italiana Quota 33, una delle tre strutture architettoniche che compongono il sacrario militare di El Alamein, realizzata nel 1948 sulla litoranea per Alessandria d’Egitto; a destra è riprodotto lo stemma della brigata e sullo sfondo un cielo notturno con un fulmine a simboleggiare la stessa brigata. Il bollettino illustrativo dell’emissione è stato firmato dal generale di corpo d’armata Claudio Graziano, capo di stato maggiore dell’Esercito.
Ancora oggi il ricordo della battaglia di El Alamein sembra particolarmente vivo, sia in chi nel deserto egiziano ha avuto cari o commilitoni caduti in battaglia, sia in chi ha comunque subito il fascino tragico di quegli eventi sanguinosi eppure a loro modo grandiosi. Del resto l’evidente sproporzione delle forze in campo, a favore degli inglesi (l’ottava Armata britannica contava 220mila uomini, contro i 96mila dell’Afrika Korps italo-tedesco), ha creato attorno a quella conflagrazione bellica un’aura di leggenda. Tutto ciò ha contribuito a rendere un luogo così evocativo quel sacrario che si staglia nel deserto, la cui progettazione, la ricerca e la raccolta dei resti dei caduti anche di altra nazionalità furono opera dell’allora maggiore Paolo Caccia Dominioni con l’aiuto del suo assistente caporale Renato Chiodini e si svolsero a partire da 1948 per più di dieci anni. L’iscrizione che adorna il sacrario ancora oggi recita: “Fra sabbie non più deserte sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianti, onorati dal ricordo dello stesso nemico essi additano agli italiani nella buona e nell’avversa fortuna il cammino dell’onore e della gloria. Viandante arrestati e riverisci. Dio degli eserciti accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri e agli eroi”.
di Redazione