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Il coro per Emma Bonino presidente. Ma siamo sicuri che sia la migliore?

Politica - di Renato Berio - 5 Aprile 2013 - AGGIORNATO 5 Aprile 2013 alle 14:06

Se dev’essere donna, la nuova inquilina del Quirinale, dovrà essere Emma Bonino. Per lo strano effetto di quelle che possiamo chiamare notizie circolari la certezza rimbalza dalla politica ai media e da questi ultimi alla politica. Se ne parla tanto, troppo, di Emma. Piace ad alcune parlamentari del Pdl (Carfagna e Biancofiore) e piace anche a quella sinistra che nella sfida contro Renata Polverini non ebbe il coraggio di supportarla in modo adeguato (è stata sempre Emma a denunciare la timidezza dei “compagni”). Piace meno ai cattolici, lei che è una paladina di soluzioni estreme come l’aborto e l’eutanasia. Eppure sembra che in Italia se dici donna dici Emma. La Bonino è dunque, lei che proviene dalle file trasgressive dei radicali italiani, ormai mummificata nel luogo comune, distillato dalla retorica sulle quote rosa, che pure Emma non ama per nulla spingendosi fino a dire che la festa dell’8 marzo poteva pure essere abolita per quanto la riguardava.

È invecchiata a fianco di Pannella, il vero volto-simbolo dei radicali (e se un riconoscimento a questa pattuglia di libertari va dato perché non darlo a Marco Pannella, con la nomina a senatore a vita?) e rischia di essere spodestata dall’afflato antipartitocratico dei grillini divenuti ormai sicuramente più trendy dei radicali nel puntare l’indice contro abusi e sprechi. Lo diciamo senza offesa ma il suo nome è legato a battaglie che risalgono agli anni Settanta. E dopo? È vero, ha conseguito lo storico risultato dell’8,5% alle europee del 1999 quando la lista dei radicali portava il suo nome. Un patrimonio di consensi dilapidato. E lei ne è così consapevole che alle ultime elezioni si è domandata, con un certa dose di schietto coraggio, se ci fosse ancora spazio in Italia per l’offerta politica dei radicali.

In quanto radicale Emma Bonino è un’esponente della democrazia della denuncia e del controllo e al vertice delle istituzioni forse ci starebbe persino a disagio. Certe sue spigolosità la rendono indigesta alla sinistra (si pensi all’occidentalismo spinto dei radicali che stride con l’antimilitatarismo pacifista e con la simpatia per la causa pelestinese) e il suo passato di agguerrita abortista la rendono poco compatibile con la destra. Una parte politica cui lei del resto guarda con sufficiente distacco e avversione, basti ricordare il suo reciso no all’idea di un’alleanza con il centrodestra alle ultime regionali nel Lazio. Senza dimenticare che fu proprio lei, voluta da Berlusconi come commissario europeo, a bollare l’ex premier come un uomo volgare e ossessionato dal sesso. Certo, è competente. Certo, mostra di avere un pensiero autonomo. Certo, ha carattere. Certo, dà l’idea di non avere dietro un tutor maschile. In pratica è come dovrebbero essere tutte le donne in politica. Ma possono bastare i demeriti delle altre per consacrare lei come la migliore?

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5 Aprile 2013 - AGGIORNATO 5 Aprile 2013 alle 14:06