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I grillini non accettano le critiche di Battista sul “Corriere” e lo insultano: «Sei un maggiordomo»

Politica - di Guglielmo Federici - 25 Maggio 2013 - AGGIORNATO 25 Maggio 2013 alle 19:53

Tra “leggi bavaglio” e diktat la “guerra” tra la stampa e il Movimento 5 Stelle continua. Dopo le invettive alla Gabanelli, dopo la notizia di una “black list” di giornalisti invisi ai grillini e la rivolta interna contro le linee guida per i deputati di Montecitorio durante le interviste, è ora toccato a Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, a finire nel mirino del M5S. «Sei un maggiordomo», l’offendono in rete. Il “casus belli” è un editoriale polemico con i grillini, responsabile di fare molta rumore intorno alla questione dei rimborsi elettorali, della diaria e degli scontrini,  ma poca vera attività politica. «Quando un governo ancora non c’era, dicevano che il Parlamento avrebbe potuto funzionare nella pienezza delle sue prerogative, anche facendo a meno dell’esecutivo», argomentava Battista. «Ma da quando un governo c’è, discettano compulsivamente solo di diarie, rimborsi, scontrini. Proposte di legge di quelli che in teoria dovrebbero interessare la “gente”, zero». Risposta in due tempi, con un comunicato stampa dei gruppi del M5S alla Camera e al Senato e poi la stessa nota sul sito di Beppe Grillo, insultante come sempre: «Battista, un maggiordomo al Corriere», è la “pacata” replica. Nell’articolo sul sito di Grillo si accusa Battista di non avere «professionalità» e di non essere «imparziale». Ma è anche un attacco a «certa stampa in malafede», affetta da «servilismo verso il Potere Unico». Gli insulti sul blog sono inaccettabili. Si va dal «servaccio» di Antonio t. da Milano, al «povero giornalista venduto» di Alvise. «Mi hanno condannato e manco ero andato dalla D’Urso», ironizza Battista su Twitter. E in un’intervista all’Huffington Post sottolinea: «Il più classico degli schemi: attaccano la persona, non il merito delle cose. Di certo – puntualizza Battista – la mia professionalità non viene intaccata dal giudizio di un Vito Crimi o di una Roberta Lombardi, loro che passano un intero giorno a discutere se cacciare o no un loro senatore (Marino Mastrangeli) perché ha partecipato a un programma televisivo invece di occuparsi di problemi seri, ma per favore». Il giornalista racconta di aver ricevuto in queste ore su Twitter critiche e insulti di ogni tipo: «Venduto, leccaculo, lecchino, mercenario di merda, pagato da noi e così via. In fondo – ribadisce – anche in questo caso lo schema è sempre quello, Grillo dice una cosa e i grillini – perché checché se ne dica questo sono discepoli di un capo – lo ripetono nello stesso modo e nelle stesse forme». Ma sempre su Twitter è arrivata naturalmente la solidarietà di tante “firme” del giornalismo. L’ira scomposta di Grillo e dei suoi non fa che confermare i dubbi sul basso tasso di democrazia interna al movimento. Grillo si è sentito colpito su un nervo scoperto è cioè che la strategia post-elettorale non sta dando i frutti sperati e che l’appeal elettorale sta scemando. Oltre al fatto innegabile che di politica ne fa ben poca. Ma guai a dirglielo…

 

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25 Maggio 2013 - AGGIORNATO 25 Maggio 2013 alle 19:53