Venditti scarica anche la Roma. «Ritiro l’inno». Un “tradimento” ipocrita, come per il Pd
Senza categoria - di Luca Maurelli - 2 Luglio 2013 - AGGIORNATO 2 Luglio 2013 alle 20:20
Per Antonello Venditti il Pd non è più quello di una volta, quando c’erano Prodi e Veltroni, ma anche la Magica non è più la stessa, ora che è nelle mani degli americani (e forse pure di qualche laziale). Per Antonello da Roma, forse, anche la porchetta ormai non sa più di rosmarino e l’abbacchio non gli scotta più il dito come quando era ragazzino, sarà perché non esistono più le mezze stagioni o perché i neri, in fin dei conti, non hanno affatto il ritmo nel sangue.
Negli ultimi tempi, quando parla Venditti, in qualche parte del mondo un Al Bano inizia a cantare “Nostalgia canaglia”. In effetti in soli due giorni il cantautore romano ha scaricato con poche parole pezzi della sua stessa storia, prima massacrando il suo Pd, “che non riconosco più”, poi chiedendo il ritiro del proprio inno, “Grazie Roma”, dagli altoparlanti dello stadio Olimpico, più o meno per le stesse ragioni che lo hanno allontanato da Epifani e Renzi.
«Sinceramente l’inno della Roma mi piacerebbe se lo togliessero, perché non lo trovo più identificativo della Roma che conoscevo io», ha detto in un programma radiofonico. L’indagine sui motivi dello strappo è agevole: i tifosi sono già in rivolta perché dopo due annate negative, la nuova proprietà americana succeduta ai Sensi ancora non scuce i soldi, ha cacciato Baldini e ha dato pieni poteri a Sabatini, bollato dal marchio di essere un ex la “laziale”. Da quando in città gira una maglietta con la scritta “la Roma non si Usa” il malessere s’è fatto palpabile, quello che doveva essere lo zio Tom carico di soldi in grado di far fare il salto di qualità al club capitolino finora s’è rivelato solo un nipotino con la paghetta settimanale, distante, quasi volutamente impermeabile alla passione giallorossa.
Ma l’inno? Che senso ha rinnegarlo? Toglierlo ai tifosi? Più che un’operazione nostalgica o di ribellione, sembra il gesto di un uomo in confusione. Che confonde un partito con i suoi elettori, e punisce i secondi, ma scambia anche una società di calcio con i suoi tifosi, e anche in questo caso finisce per castigare gli innocenti. Forse perché anche la nostalgia non è più quella di una volta. E forse pure Venditti.