Il Parlamento europeo dice una cosa di destra: partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa
L'analisi - di Silvano Moffa - 16 Gennaio 2014 alle 16:43
Torna in primo piano il tema della partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa. A spingere verso l’adozione di misure che incoraggino le aziende a sviluppare volontariamente la partecipazione finanziaria dei dipendenti è, questa volta, il Parlamento europeo. In una risoluzione approvata il 14 gennaio, gli eurodeputati sollecitano gli Stati membri ad aprire gli schemi di Efp (Employee financial partecipation) a tutti i lavoratori senza alcuna discriminazione, e tenendo conto della specifica situazione delle piccole, medie e micro imprese. Tra le novità dell’indirizzo europeo, c’è anche l’avviso che la Efp può consistere in una forma di bonus per l’impiegato, facilitandone in tal modo la partecipazione al capitale o a bond specifici, in base al prodotto finanziario utilizzato e al tipo di azienda. La parola adesso passa ai Parlamenti nazionali. La definizione di un quadro normativo che preveda l’istituto della partecipazione agli utili e alla gestione delle aziende è un tema che, in Italia, è stato più volte oggetto di attenzione e di dibattito. Sia alla Camera che al Senato giacciono in materia innumerevoli proposte di legge. Per la maggior parte sono state presentate da parlamentari del centrodestra. Non mancano, però, iniziative provenienti dall’altro versante dello schieramento politico. Sul piano sindacale, oltre la Ugl, che dell’argomento ha sempre fatto una sua bandiera, anche la Cisl di Bonanni da tempo sostiene la necessità di intervenire legislativamente nel merito della questione, rompendo indugi e perplessità, nell’ottica di una moderna rivoluzione delle stesse relazioni industriali in ambito lavorativo. Ora, non c’è dubbio che un moderno sistema di relazioni industriali costituisca la condizione essenziale per favorire la crescita economica, lo sviluppo e la coesione sociale. Certo, non è il fattore unico. Ma quanto ad importanza, non è affatto elemento secondario. Dove le aziende (in particolare, quelle tedesche), hanno promosso e adottato sistemi partecipativi, sia in termini finanziari che gestionali, si sono registrati risultati economici e produttivi assai positivi. È un dato di fatto incontrovertibile che il coinvolgimento diretto dei dipendenti nella vita dell’azienda aumenti considerevolmente il senso di responsabilità, sia in chi è a capo dell’impresa, sia in chi nella impresa lavora. L’aver coscienza piena e diretta delle difficoltà che possono derivare dalla crisi, quando essa si presenta, nelle sue molteplici accezioni, offre a chi dell’impresa è parte e compartecipe una lettura più penetrante delle cause che l’hanno determinata. Il ché porta ad una assunzione di responsabilità maggiormente cogente nel dover individuare il modo per uscirne. Laddove si sono sperimentate forme di cogestione moderne ed avanzate, è persino scomparsa la cassa integrazione. Ciò dimostra che ci sono metodi e principi determinati dall’autonomia contrattuale, modellata in ragione della qualità e della tipologia produttiva dell’impresa, di gran lunga più efficaci e preferibili rispetto ai sistemi classici in cui operano gli ammortizzatori sociali. Essi sono di ausilio per l’impresa e di sollievo per le casse dello Stato. Allo stesso modo, è tempo di ridefinire i termini della rappresentatività sindacale nei luoghi di lavoro. Anche questo argomento sembra stia tornando di attualità. Speriamo che sia la volta buona. E che tutto non finisca in farsa. In verità, qualche preoccupazione aleggia nell’aria. La lettura delle bozze delle recenti proposte renziane in materia di lavoro dà adito a non poche perplessità. Spingere troppo in direzione della contrattazione unica non è proprio una grande idea. Né ci sembra in linea con i cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro, grazie alle moderne tecnologie, limitare con norme stringenti l’evoluzione positiva di processi che le parti sociali, nella loro autonomia, sono comunque chiamate a governare, e a gestire nel particolare. Più volte, in passato, il Parlamento, tramite alcune indagini conoscitive, si è soffermato a riflettere sulla necessità di immaginare un nuovo modello per il doppio livello di contrattazione : contratto nazionale e contratto territoriale o aziendale. La conclusione cui è pervenuto ogni volta chiamava in causa un complessivo ripensamento del ruolo sindacale e l’esigenza di definire su basi chiare i criteri di misurazione della rappresentatività. Il guaio è che poi tutto è rimasto come prima. Dopo l’invito dell’Europarlamento, c’è da augurarsi che i due temi (partecipazione e rappresentatività) non siano più elusi; che la sinistra, sindacale e non, la smetta una volta per tutte di fare blocco. Soprattutto, che si liberi dalle solite paratie ideologiche del passato. Di danni , quelle logiche, ne hanno procurati fin troppi.