
La riforma del Senato è un “paccotto” che nasconde il voto anticipato
L'Intervento - di Mario Landolfi - 2 Aprile 2014 alle 19:11
Era fin troppo prevedibile che l’imminenza delle elezioni europee finisse per inquinare il tema delle riforme. Non stupisca, quindi, se le forze politiche sembrano appassionate più al festival delle recriminazioni e dello scaricabarile che ad entrare nel merito del pacchetto di modifiche costituzionali annunciato da Renzi. E dire che a scarseggiare non sarebbero certo gli argomenti.
Prendiamo l’abolizione del Senato e la sua sostituzione con la cosiddetta Assemblea delle Autonomie. Il premier la vuole non elettiva e non retribuita, con poche e limitate funzioni e formata da presidenti di regione, sindaci di città metropolitane, due consiglieri per regione a prescindere dalla loro popolazione e, come ciliegina sulla torta, ventuno membri di nomina quirinalizia che andrebbero ad aggiungersi alla pattuglia tuttora in carica a Palazzo Madama. Il totale fa 148. Ma è soprattutto la composizione a porre qualche dubbio circa la serietà della riforma, visto che somiglia ad un abito cucito su misura per una sinistra da sempre egemone sul terreno dell’amministrazione territoriale e culturalmente ancora tributaria di quel partito dei sindaci che ebbe grande fortuna agli inizi degli anni ’90 e di cui Renzi un tardo epigono. Come si vede, il trucco c’è. Eccome.
È dunque di tutta evidenza che quando Renzi intima il “prendere o lasciare” riferito all’Assemblea di cui sopra, sta più provocando che proponendo e che forse sta cercando più un “no” che un “sì”. Ma chi potrebbe mai accontentarlo? Non certo la fragile ed intimidita opposizione dei Civati e dei Bersani, troppo schiacciata su potentati tipo Anci o Conferenza delle Regioni per poterli deludere in maniera così plateale nelle loro ambizioni di grandeur. Lo confermano l’accoglienza glaciale riservata dall’establishment del Pd all’appello di Zagrebelsky e Rodotà in favore dell’attuale Senato e la circostanza che nessuna voce ufficiale della sinistra si è levata in difesa dei “professoroni” sferzati da Renzi. Né – a questi – potrebbe giungere in “soccorso” l’alleato Alfano, assolutamente indisponibile a passare per lo sfasciacarrozze che sabota le riforme in nome della bottega di partito. Non resterebbe che Berlusconi, alle prese con sondaggi impietosi che esigono un immediato cambio di passo e comunque una più puntuale definizione del ruolo di opposizione. Non che il Cavaliere possa determinarsi a rompere su riforme gradite al suo stesso elettorato, ma di certo può far valere la golden share sulla loro approvazione che i numeri parlamentari ancora gli assicurano.
Se i senatori di Forza Italia si sommano a quelli del M5S, la riforma ha poche chanches di passare così com’è e non v’è dubbio che la singolare convergenza degli “azzurri” con il movimento più anti-casta del Parlamento aiuterebbe Berlusconi a non finire nel retrobottega dei passatisti. E se davvero Renzi decidesse di non adeguarsi ad una riforma manomessa e chiamasse banco attraverso con elezioni anticipate, non è da escludere che potrebbe essere proprio il Cavaliere a beneficiarne dal momento che si andrebbe a votare con quel Consultellum ritagliato dalla Corte costituzionale che ci riporterebbe al proporzionale puro, senza premi di maggioranza e quindi senza vincoli di coalizione ma con sbarramenti in entrata. L’habitat ideale per uno scacchista come Berlusconi che – anche come terza forza dietro Grillo – conserverebbe ottimi argomenti per essere invitato al gran galà del secondo governo Renzi, il primo della rediviva Prima Repubblica.