
“Il domani appartiene a noi”: da inno dei giovani Msi a slogan della nuova Dc
Home livello 2 - di Franco Bianchini - 2 Maggio 2015 - AGGIORNATO 2 Maggio 2015 alle 15:11
Negli anni ’70 era l’inno dei giovani missini. Nei cortei, nelle assemblee studentesche e nei concerti alternativi il momento clou era Il domani appartiene a noi, cantanto tutti insieme, in un’atmosfera quasi surreale e di grande emozione. Era il momento in cui si dimenticava tutto, la ghettizzazione, la criminalizzazione e anche le fratture interne. I ragazzi che militavano a destra diventavano un corpo solo, pronti a sfidare il sogno. Era il pezzo forte della Compagnia dell’Anello e della musica alternativa. «Osserva il ruscello che sgorga lassù / ed umile a valle scompare / E guarda l’argento del fiume che / sereno e sicuro va. / Osserva dell’alba il primo bagliore / che annunzia la fiamma del sole / xiò che nasce puro più grande vivrà / e vince l’oscurità». E ancora: «La terra dei padri, la fede immortale / nessuno potrà cancellare / il popolo vinca dell’oro i signori, / il domani appartiene a noi».
Il domani appartiene a noi e la sua strana “sorte”
Quell’inno, messo “sotto processo” negli anni Settanta, viene rispolverato all’improvviso per le elezioni regionali. A utilizzare quel titolo di grande effetto, però, non è un partito di destra o di estrema destra ma – paradosso dei paradossi – la rinata Democrazia cristiana. I cosiddetti “santini elettorali” che circolano anche su Facebook hanno il simbolo tradizionale della Dc (lo scudocrociato con la scritta Libertas), la foto del candidato, una scritta programmatica («con meno sperperi, meno tasse e più lavoro»). Ma all’inizio, in bella evidenza, lo slogan uguale per tutti: «In Regione Campania il domani appartiene a noi». Una strana sorte, quella del tradizionale inno dei giovani di destra: passare dopo decenni dal Msi alla Dc. Difficilmente però potrà essere intonato nei convegni della nuova Dc: c’è il rischio che qualcuno si lasci sfuggire un saluto romano, come avveniva negli anni Settanta. E sarebbero dolori, nella stagione del politicamente corretto.