
La caccia ai Pokemon bandita in Iran, in Belgio scattano le multe per strada
Home livello 2 - di Robert Perdicchi - 8 Agosto 2016 - AGGIORNATO 8 Agosto 2016 alle 16:28
A un mese dal lancio Pokemon Go continua ad allargare i suoi confini globali: dopo la disponibilità in Brasile, attesissimo da atleti e visitatori accorsi da ogni dove per i Giochi olimpici, il gioco è sbarcato in altri 15 Paesi, tutti in Asia e Oceania (dalla Thailandia alle isole Fiji). Restano tuttavia fuori ancora tre grossi mercati asiatici: Cina, India e Corea del Sud, dove probabilmente la potenziale quantità dei giocatori metterebbe a rischio la tenuta dei server della compagnia. E per l’app continuano a fioccare i divieti: in Iran è stata bandita per “motivi di sicurezza”. John Hanke, ceo di Niantic, la società che ha sviluppato il gioco con i mostri di Nintendo, ha spiegato nelle settimane scorse a Forbes che in Cina ci sono problemi per restrizioni regolatorie, mentre in Corea del Sud per l’accesso limitato ai dati di Google Maps (fattore legato alla Corea del Nord). Il gioco è infatti basato sulla geolocalizzazione oltre che sulla realtà aumentata. Per Pokemon Go continuano intanto ad arrivare divieti. Dopo quelli di siti specifici, come il memoriale della bomba atomica a Hiroshima o Auschwitz, c’è il primo Paese che ha bandito completamente il gioco. Si tratta dell’Iran, come riportato dal sito della Bbc, dove il divieto è per non specificati “motivi di sicurezza”. E in Thailandia, dove il gioco è appena arrivato, il governo ha dichiarato che il Palazzo reale è tra i luoghi in cui non si dovrebbe andare alla ricerca di “mostri”, insieme a templi buddisti e ospedali.
Multe per chi gioca a Pokemon
La polizia del Belgio (alle prese con ben altri problemi, tipo il terrorismo…) dovrà invece imporrà multe di 55 euro ai pedoni che siano distratti dal gioco Pokemon Go mentre si apprestano ad attraversare le strade sulle strisce pedonali. Nel redigere il verbale, gli agenti della polizia belga si basano sull’articolo 7.2 del codice della strada in cui si afferma che “gli utenti dovrebbero comportarsi sulle strade pubbliche in modo tale da non causare disagio o pericolo per gli altri utenti della strada” .