
Libia, Haftar ordina la strage di militari: un raid aereo sul Collegio di Tripoli uccide 28 cadetti
Strage di militari in Libia. Un raid aereo nella notte, che sarebbe stato ordinato dal generale Haftar, ha ucciso 28 cadetti e ferito altri 23 militari del Collegio di Tripoli. «La Libia chiede una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per discutere delle atrocità di Haftar e dei crimini di guerra a seguito dell’attacco aereo mortale alla scuola militare che ha causato 28 vittime». Lo scrive su Twitter The Lybia Observer. Sempre il quotidiano online di Tripoli, in un precedente tweet, aveva scritto che «un portavoce del signore della guerra Haftar, Khaled Al-Mahjoob, rivendica la responsabilità dell’attacco aereo al Tripoli Military College che ha causato la morte di 28 cadetti e altri 23 feriti, affermando in una dichiarazione ad Alhurra Tv che i cadetti del college sono miliziani».
Libia, un raid aereo sul Collegio di Tripoli uccide 28 militari
«Il deliberato bombardamento di civili e del collegio militare è un atroce atto criminale che rappresenta un crimine contro l’umanità», ha denunciato in un tweet il ministro dell’Interno del governo di accordo nazionale libico, Fathi Bashagha, parlando del raid delle forze di Haftar contro l’accademia di polizia. Non solo. Anche la missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha condannato duramente l’azione. «La crescente escalation degli atti militari in questo modo complica ulteriormente la situazione in Libia», denuncia una nota, e mette a repentaglio le possibilità di ritorno al processo politico». La diplomazia langue e sembra che possa davvero poco. Specie in queste ore in cui soffiano venti di guerra.
Ieri l’appello di Haftar al Jihad
Solo ieri, infatti, il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), Khalifa Haftar, ha fatto appello al “jihad” contro un eventuale intervento militare turco in Libia nel corso di un discorso trasmesso dalla tv al-Hadath. Durante il suo intervento, Haftar ha chiesto una «mobilitazione generale», esortando «tutti i libici» a prendere le armi. «Uomini e donne, militari e civili, per difendere la nostra terra ed il nostro onore. Il nemico sta unendo le forze per invadere la Libia e schiavizzare il nostro popolo». E ha trovato «tra i traditori quelli che hanno firmato con lui un accordo di sottomissione. Umiliazione e vergogna», ha proseguito Haftar, riferendosi all’accordo militare siglato alla fine di novembre tra Ankara e il governo di accordo nazionale di Tripoli.
Il fronte della diplomazia
Intanto, sul fronte della strategia politica, il primo appuntamento in calendario è per martedì 7 gennaio. Quando i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Regno Unito e Germania dovrebbero accompagnare il nuovo Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, lo spagnolo Josep Borell, in una missione diplomatica in Libia. L’iniziativa punterebbe a far passare il messaggio di un’Europa unita. Di un fronte che assembla più voci al suo interno. Come a cancellare con un colpo di spugna i passati trascorsi a dir poco divergenti tra Italia e Francia in merito al controllo sul potere di Gheddafi.
L’Europa in missione diplomatica
Dunque, come riferisce in queste ore, tra gli altri, il sito del Giornale in apertura, «Luigi Di Maio, il francese Yean-Yves Le Drian, il britannico Dominic Raab e il tedesco Heiko Maas, insieme allo spagnolo Borell, dovrebbero prima fare tappa a Tripoli. Tripoli, come noto, sede del Consiglio presidenziale (Cp) del Governo di accordo nazionale (Gna)». La seconda tappa della missione europea, invece, dovrebbe puntare su Ar Rajma, «la cittadella-fortezza del generale Haftar, 25 chilometri a est di Bengasi, il capoluogo della Cirenaica. La presenza di cinque alti funzionari europei nel quartier generale dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) – scrive Il Giornale – garantirà all’uomo forte di Bengasi, generale dai dubbi successi militari. E con un passato all’ombra della Cia, l’ennesima passerella per accrescere la sua influenza internazionale e il suo status di “interlocutore privilegiato” nella crisi libica».