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Luca Ricolfi, fondatore dell’Osservatorio del Nord Ovest, università di Torino, a Cernobbio in occasione del forum Confcommercio  “I protagonisti del mercato e gli scenari per gli anni 2000”. Cernobbio (Como), 21 marzo 2014.ANSA / MATTEO BAZZI
Luca Ricolfi, fondatore dell’Osservatorio del Nord Ovest, università di Torino, a Cernobbio in occasione del forum Confcommercio “I protagonisti del mercato e gli scenari per gli anni 2000”. Cernobbio (Como), 21 marzo 2014.ANSA / MATTEO BAZZI

Ricolfi magistrale: la sinistra oggi non difende i deboli, ma censura il linguaggio, l’arte, il passato

Cronaca - di Redazione - 1 Novembre 2021 - AGGIORNATO 2 Novembre 2021 alle 11:57

Luca Ricolfi inizia la sua collaborazione con Repubblica con un lungo articolo sulle “varianti” del politicamente corretto. Per andare a parare a una conclusione che il sociologo mette in premessa: la sinistra non si occupa più di questioni sociali. Ha cominciato la sinistra americana, e quella italiana ha scimmiottato malamente l’originale. Ricolfi è noto per le sue intemerate contro la sinistra antipatizzante alla quale da anni non risparmia critiche.

Ricolfi: il politicamente corretto vuole censurare il linguaggio

All’inizio, nei primi anni Ottanta, il politicamente corretto – spiega Ricolfi – voleva riformare il linguaggio. “Fu così che venne bandita la parola “negro” (sostituita con nero), e per decine di altre parole relativamente innocenti (come spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio), vennero creati doppioni più o meno ridicoli, ipocriti o semplicemente astrusi: operatore ecologico, collaboratore scolastico, diversamente abile, collaboratrice familiare”.

I social e le offese. Ricolfi: poi venne il misgendering

Poi è intervenuta la prima variante: internet. Sui social gli haters offendono e vengono offesi inaugurando l’era della suscettibilità.  E arriviamo alla seconda mutazione e cioè “l’espansione della dottrina del “misgendering” in tutti gli ambiti”. “Che cos’ è il misgendering? – scrive Ricolfi – È chiamare qualcuno con un genere che non gli va, ad esempio maschile se è o si sente una donna (o viceversa); o plurale maschile (cari colleghi) se ci si riferisce a un collettivo misto. Secondo le versioni più demenziali della correttezza politica in materia di generi, assai diffuse nelle università americane – continua Ricolfi – i professori dovrebbero chiedere ad ogni singolo allievo come preferisce essere indicato: he, she, zee, they, eccetera. Gli epigoni meno dotati di senso del ridicolo, da qualche tempo attivi anche in Italia, aggiungono regole di comunicazione scritta tipo usare come carattere finale l’asterisco * (cari collegh*), la vocale u (gentilu ascoltatoru), o la cosiddetta schwa”.

La cancel culture e la gogna per chi non si allinea

La terza mutazione è la cosiddetta cancel culture “secondo cui tutta l’arte e la letteratura, compresa quella del passato, andrebbe giudicata con i nostri attuali parametri etici, e censurata o distrutta ogniqualvolta vi si trovano espressioni, immagini, o segni potenzialmente capaci di turbare la sensibilità di qualcuno”. La quarta mutazione – prosegue Ricolfi – è quella che determina la gogna per chi non si allinea a questi standard: “professori, scrittori, dipendenti di aziende, comuni cittadini perdono il lavoro, o vengono sospesi o sanzionati, non perché abbiano commesso scorrettezze nell’esercizio della loro professione, ma perché in altri contesti, o in passato, hanno espresso idee non conformi al pensiero dell’élite dominante. Non solo: nella politica delle assunzioni, in particolare nelle facoltà umanistiche, vengono esclusi gli studiosi non allineati all’ortodossia politica dominante”.

La identity politics crea discriminazioni

C’è infine la quinta mutazione, che Ricolfi giudica come la più pericolosa. “È la cosiddetta identity politics. Un complesso di teorie, filosofie, rivendicazioni, secondo cui quel che conta veramente non è che persona sei ma a quale minoranza oppressa appartieni. Da qui derivano le idee più strampalate, ad esempio che per tradurre un romanzo di una autrice nera tu debba essere nera (è successo). Che per parlare di donne tu debba essere donna; per parlare di omosessualità essere omosessuale; per parlare dell’Islam essere islamico; per parlare dell’Africa essere africano. Se osi parlare di qualcosa senza essere la cosa stessa sei accusato di «appropriazione culturale»”. E’ così che si compie la parabola della cultura liberal e progressista: anziché sconfiggere le discriminazioni con l’eguaglianza, si capovolge nel suo contrario: instaurare l’eguaglianza attraverso le discriminazioni.

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di Redazione - 1 Novembre 2021