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Le riforme istituzionali sono un dovere per la Meloni. Ecco perché punto per punto

Politica - di Carmelo Briguglio - 10 Maggio 2023 - AGGIORNATO 11 Maggio 2023 alle 11:41

Intendiamoci, siamo appena a inizio corsa, ma a me pare che taluni osservatori anche acuti, nel commentare il confronto avviato da Giorgia Meloni sulle riforme, si mostrino poco attenti. O più inclini al pregiudizio. Il quale si ha l’impressione netta che infici ogni valutazione, man mano che il governo procede nel suo programma. E, proprio il programma, rivela il primo deficit delle opposizioni. Si dice: ma con tanti problemi che l’Italia ha in questo momento, giusto le riforme costituzionali la premier doveva mettere nell’agenda di governo? Che urgenza c’era? Qual è la priorità? Perché questa scelta “formalistica”? Elly Schlein è malevola: “Ma la priorità del Paese è la riforma della Costituzione? Il sospetto è che il governo cerchi di spostare l’attenzione, quasi un alibi rispetto ai problemi veri che ci sono sul tavolo”. La questione che sembra superficiale, non lo è per nulla. E le “sviste” di chi sostiene queste tesi, chiamiamole così, sono molto serie.

L’agenda di governo rientra nei poteri-doveri del premier

E riguardano innanzitutto la legittimazione a governare: un approccio sbagliato al quale non rinunciano le opposizioni che, comunque – è un dato positivo – hanno deciso di non sottrarsi al confronto con l’esecutivo. Le “obiezioni alle obiezioni” vengono spontanee. La prima: tra i poteri e i doveri di chi vince le elezioni c’è quello di definire i tempi dell’agenda di governo. Non spetta alle opposizioni, né tanto meno ai media di area (loro): è una responsabilità diretta dell’esecutivo o, per essere più precisi, del presidente del Consiglio, a cui la Costituzione affida un “primato”: “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo…” (articolo 95, primo comma). Essenziale declinazione di tale potere-dovere è quello proprio di stabilire l’agenda del gabinetto, determinando gerarchie delle tematiche e “calendario” di attuazione. Così non fosse, sarebbe del tutto svilito il ruolo del capo dell’esecutivo voluto dalla nostra Carta. La seconda contraddizione è proprio sul metodo: siamo tutti reduci dalla lamentazione di un pezzo di sindacato per la convocazione sul pacchetto lavoro, giudicata troppo stretta nei tempi e quindi “di facciata”. In questo caso, dopo gli incontri affidati al ministro delle Riforme, si sta cominciando, senza ansie di tempi ridotti, con un primo giro vis à vis tra la premier e i leader delle opposizioni, in un luogo – non indifferente – sul piano politico e simbolico – che è il Parlamento, non Palazzo Chigi. È un segno di rispetto delle minoranze e del loro ruolo. In buona sostanza: il governo sta mettendo le opposizioni nelle condizioni di dire la propria e neppure partendo da una posizione fissa.

Più proposte per dialogare con le opposizioni

Quando si dice e si scrive che la Meloni non ha le idee chiare, perché parte da un ventaglio di ipotesi e non da una proposta specifica (elezione del capo dello Stato o del premier), significa in cifra politica che il governo cerca la condivisione e la mediazione: il dialogo è autentico e di merito, con una disponibilità ampia a trovare punti di convergenza. Parliamoci chiaro, la premier sta “arretrando” rispetto alla lettera del programma originario del centrodestra che prevedeva solo l’elezione popolare del Capo dello Stato: lo fa per coglierne lo spirito e il senso politico, per ricercare un terreno comune tra la propria cultura istituzionale – la destra italiana ha sempre immaginato la Repubblica Presidenziale – e quelle altrui. Dato di sostanza che anche la Lega coglierà. È vero: si è notata una certa rigidità nella premier Meloni sulla necessità di assicurare, in ogni caso, una forma di elezione diretta di uno dei due vertici dello Stato; ma qui si dimentica un dato essenziale: il capo del governo non è del tutto libero nelle sue scelte; ha un “vincolo”, che viene omesso nei ragionamenti, ma che è legato a questo principio del potere di scelta popolare.

L’elezione diretta è vincolo del programma e scelta di trasparenza

È il programma della coalizione che ha vinto le elezioni; la quale le ha vinte, certo, ma – non va dimenticato – in base a un programma; il quale non costituisce soltanto la bussola politica della maggioranza tra i partiti che la compongono, ma esprime il rapporto tra essi e il Corpo elettorale: in definitiva, tra il capo della coalizione uscita vittoriosa dalle urne e i cittadini stessi che lo hanno “scelto” alla guida del governo. Diciamo che etica e correttezza – anche trasparenza e linearità dei comportamenti degli eletti verso gli elettori – esigono che si preservi questo speciale e diretto rapporto di fiducia. Se si dice, in caso di abbandono del tavolo che la maggioranza ha il diritto-dovere di andare avanti, lo si dice non per iattanza, ma per adempiere a un obbligo morale: all’impegno assunto con gli elettori. A me pare, poi, giusto aggiungere alcune riflessioni, più dal punto di vista delle opposizioni. La prima: in fondo la scelta importante che Meloni mette loro davanti è di indicare l’opzione della forma di governo: presidenziale – prima e originaria scelta della premier – o parlamentare di cui il premierato è una species. Non è questione da poco, nell’ottica del “potere” che viene lasciato alle opposizioni.

Il Primo ministro di Prodi e il “sindaco d’Italia” di Renzi

Su questo piano, il Pd potrà rinnegare il semi-presidenzialismo della Bicamerale D’Alema; ma mi pare più difficile possa discostarsi dall’idea del Primo ministro, preferita da Romano Prodi, messa nero su bianco nel programma dell’Ulivo del 1996; essa, com’è noto, ipotizzava un “voto di fiducia parlamentare in coerenza con gli orientamenti dell’elettorato”, e di conseguenza di “prevedere, sulla scheda elettorale…l’indicazione del candidato premier”. Si tratta comunque di un’investitura dal basso, a parte le altre attribuzioni di rafforzamento del premier. Allora: una base c’è e si potrà lavorare, tenuto conto che un pezzo di opposizione – Renzi e Calenda – sulla scorta della proposta del “sindaco d’Italia”, concorda sul meccanismo dell’elezione diretta per giungere alla stabilità degli esecutivi che mettano fine al “male oscuro” italiano del frequente cambio dei governi; non bisogna dimenticare il numero di compagini che si sono alternate nel dopoguerra e che appena nella scorsa legislatura, si sono succeduti tre esecutivi, con tre maggioranze diverse. La seconda riflessione è che, portando le forze politiche al tavolo e aprendo il discorso pubblico sul rinnovamento delle nostre istituzioni, Giorgia Meloni non mira a ottenere una qualche convenienza, per se stessa o per il suo schieramento, che possa incidere sull’oggi. Si tratta di una grande riforma che dispiegherà i suoi effetti nella legislatura successiva; in un altro tempo della politica. Il che è una garanzia per tutti.

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di Carmelo Briguglio - 10 Maggio 2023