CERCA SUL SECOLO D'ITALIA

L’editoriale. Meloni sempre più leader del campo vasto. Schlein? Impantanata in quello lucano

L’editoriale. Meloni sempre più leader del campo vasto. Schlein? Impantanata in quello lucano

Editoriale - di Antonio Rapisarda - 16 Marzo 2024 - AGGIORNATO 16 Marzo 2024 alle 17:39

Giorgia Meloni per interpretare appieno il suo mandato – il rilancio del ruolo e del protagonismo dell’Italia – si è impegnata fin dal primo momento a lavorare su un orizzonte ampio: quello del Piano Mattei, dei memorandum con le Nazioni del Nordafrica (prossima stazione l’Egitto), del Consiglio europeo ovviamente del G7. Un “campo vasto” che presuppone capacità di tessere relazioni complesse e mature con interlocutori che lo sono altrettanto. Ciò ha richiesto una visione articolata e a-ideologica delle relazioni internazionali, insieme alla capacità empatica di saper decrittare e rispettare consuetudini, liturgie e sensibilità dei dirimpettai. Per tali obiettivi si è impegnata non solo a convincere gli altri ma a far convergere i suoi alleati su alcuni dossier, senza alcun timore di divergere o smarcarsi da quest’ultimi quando necessario: tutto ciò avendo come bussola la promozione dell’interesse nazionale e del sistema di valori europeo.

I risultati di quest’approccio non paternalistico né occidentalista né – al contrario – accondiscendente verso alcuno continuano ad arrivare. A tutti i livelli: dal fronte immigrazione alla difesa del manifatturiero italiano, dal nodo energetico alla tenuta europea nei confronti del sostegno a Kiev. Lo ha riconosciuto anche Politico.eu parlando «di impresa politica» compiuta dalla premier, capace in meno di due anni di sovvertire i pronostici ed «esercitare un’influenza silenziosa ma potente su politici europei di primo piano come la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen». E questo è solo l’inizio: il primo ministro italiano, ancora secondo l’autorevole fonte,  adesso «è pronto a diventare il leader spirituale del blocco (alternativo al Pse, ndr), spingendo Bruxelles a destra su tutto, dalla politica migratoria al Green Deal».

Che cosa sta facendo, dalla parte opposta dello scacchiere, Elly Schlein? La leader del Pd è rimasta letteralmente impantanata nella ridotta che lei chiama campo largo: versione “amaro” lucano. Dopo la batosta elettorale presa in Abruzzo, infatti, la segretaria non riesce a mettere ordine nemmeno fra Giuseppe Conte e Carlo Calenda su uno straccio di candidato unitario. Con il risultato di rafforzare il destra-centro in Basilicata, ultima stazione prima delle Europee, e – per inseguire i desiderata della volpe che guida i 5 Stelle – di annichilire l’appello ai «contadini» dell’unico riferimento unionista che da quelle parti abbia (diciamo così) funzionato: Romano Prodi.

Schlein non solo è in estrema difficoltà con la costruzione di una coalizione (ma qui, da Pierluigi Bersani ad Enrico Letta, non è certo la prima né la peggiore) ma sta dimostrando grave deficit nel fare opposizione. Da un lato è vero che, essendo giunta alla guida di un partito abituato a governare sì ma senza i voti dei cittadini, è spinta dalla “ditta” a tessere relazioni che piacciono al ceto politico ma non convincono gli elettori stessi di centrosinistra. Dall’altro, però, è sempre più evidente che Elly sembra capace di agire solo di rimessa: come dimostra la speculazione sull’ennesima tragedia del mare o l’incapacità di leggere in filigrana – e non, come ha fatto, con i toni da liceale – l’importanza della missione del governo in Egitto. Anche sul fronte di quella “giustizia per Regeni” che è e resta questione nazionale.

Elly Schlein, insomma, a differenza di ciò che fece Meloni durante la sua lunga traversata (dove fu attenta nel cogliere i segnali sociali del popolo di destra e dell’Italia sofferente assieme alla necessità di costruire un’opposizione intransigente quanto “responsabile” di fronte ai bisogni della Nazione) sembra completamente assorbita nel tatticismo e nell’aritmetica più che nella costruzione, nell’alchimia richiesta a un progetto alternativo. Il suo arrivo doveva rappresentare una ventata di novità a sinistra ma non sembra uscire dal vecchio schema di un Pd appoggiato al vincolo esterno (tutto ciò che è anti-italiano è giusto) come pass-partout della propria proposta. Più che un governo ombra la sua sembra un’ombra di un partito di opposizione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

di Antonio Rapisarda - 16 Marzo 2024