
Sandro Veronesi, tra un allarme fascismo e l’altro, ammette che il problema vero è il politicamente corretto
Qual è il vero problema degli scrittori italiani? Forse il ministro Sangiuliano o la censura governativa o il fascismo che torna a fare capolino? Ma no. Questa è solo fuffa, retorica improvvisata, propaganda antimeloniana. I censurati immaginari, infatti, fanno comizi in piazze affollate, hanno programmi tv, macinano interviste. Sandro Veronesi, due volte Premio Strega, era stato invitato alla Buchmesse, la fiera del libro più importante del mondo. Ma per solidarietà con Roberto Saviano (che non era in lista perché gli editori non lo avevano proposto) non ci andrà.
Veronesi sul caso in questione, se la prende con Mauro Mazza e in una intervista a La Stampa accusa: «Non torna niente. È tutto fumoso, inclusa la procedura alla quale tutti si appellano per levarsi dall’imbarazzo: una procedura che non è ancora stato chiarito a chi affidi le decisioni finali. Ma facciamo che non conta: non mi interessa sospettare. Quello che trovo incredibile è che la versione di Cipolletta sia così diversa da quella di Mazza, che dell’organizzazione del padiglione sono i vertici, e, soprattutto, non mi è chiaro come mai durante la conferenza stampa, alla quale erano presenti tanto Cipolletta quanto Mazza, Cipolletta non abbia detto quello che, invece, ha detto il giorno dopo. La versione ufficiale è la prima che è stata data ed è quella di Mazza. E cioè: Saviano non è stato invitato perché si è preferito dare spazio a voci meno note e perché lui ha copiato».
Sull’allarme fascismo non ha accenti originali. «Non so se ci sia un nuovo fascismo ma so che un fenomeno diventa preoccupante quando si incarna. Il culto della personalità di Giorgia Meloni mi dà l’impressione che quel processo sia quasi compiuto».
Detto questo Veronesi confessa che per il suo mestiere di scrittore il problema non sono i mancati inviti alle fiere del libro ma un clima da caccia alle streghe per cui se viene frainteso ciò che scrivi finisci alla gogna. L’esempio che fa è illuminante: «Dacia Maraini ha detto che non se ne può più ed ha ragione. È degradante e avvilente vedere che il dibattito culturale sia ridotto così male. Come scrittore, mi inibisce molto di più il terrore che il mio linguaggio possa essere frainteso. Sto terminando un romanzo ambientato nel 1972: io c’ero, avevo 13 anni, ricordo com’era, come si parlava. L’altro giorno ho scritto un dialogo tra persone normali che parlano di una persona di colore. E dicono: negro. Perché all’epoca si diceva, e senza intenzioni offensive. Ma siccome verrebbe letto male, e quell’innocenza verrebbe fraintesa, mi sono deciso a usare un’altra parola, e così ho tradito un tempo, l’ho forzato. Ecco, io ho di questi problemi».