
Sotto a chi toga: lo sciopero dei magistrati è un film già visto. Ma la storia (da Falcone e Tortora) li ha smentiti
I magistrati avevano annunciato lo “Showpero” (il copyright è del Tempo) e hanno mantenuto le promesse durante lo sciopero spettacolo contro la riforma del governo. Sono stati centinaia ieri in toga e coccarda, a uscire dai tribunali di tutta Italia, innalzando copie della Costituzione a beneficio dei fotografi. Una protesta che ieri ha raggiunto toni parossistici.
A Palermo il leader locale dell’Anm Giuseppe Tango ha sostenuto che la riforma mette in discussione «libertà conquistate grazie al sangue versato dai nostri padri», a Firenze il presidente della Corte d’appello Alessandro Nencini ha teorizzato che «l’obiettivo finale è la disarticolazione sistematica della struttura costituzionale dello Stato». Addirittura, a Milano il presidente del tribunale dei minorenni Luca Villa ha citato Nanni Moretti, «un giorno vi sveglierete e piangerete, rendendovi conto di ciò che avete combinato». Di Moretti forse era meglio citare “Ecce Bombo” (Mi si nota di più se…)
Tra le toghe che si fanno notare Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica, toga rossa balzata più volte alle cronache per le sue intemerate contro il governo. «Ogni volta che sono stati adottati provvedimenti sgraditi alla maggioranza di governo è stato detto “ci vuole la riforma della giustizia”. Mi pare che gli obiettivi reali di questa riforma siano chiari: credo che voglia ridimensionare l’indipendenza della magistratura nel suo complesso». Da Bari il presidente della Corte d’Appello, Franco Cassano, parla di «grido di dolore» da parte delle toghe.
Quando i magistrati fecero sciopero contro Falcone
Per fortuna c’è Filippo Facci che, sul Giornale, con chirurgica precisione, ha ricordato gli ultimi due scioperi storici delle toghe. Quantomeno improvvidi. Cita, tra gli altri, quello del dicembre 1991, quando l’intero corpo dei magistrati sciopera «contro Cossiga, Falcone e la sua superprocura» (il Sole 24 Ore) come sottoscrisse una pubblica lettera firmata da 60 noti togati che definivano la superprocura (che distruggerà definitivamente la mafia corleonese) «uno strumento inadeguato, pericoloso e controproducente». Per dirla con un romanzo di un altro scrittore che aveva a cuore il tema della giustizia, Leonardo Sciascia, “La fine è nota”.
Facci menziona anche lo sciopero nell’estate 2010: l’Associazione magistrati proclama uno sciopero contro i tagli previsti dalla manovra economica: «Svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l’indipendenza e l’autonomia della magistratura», dichiarano i vertici dell’Associazione. Ora come allora.
A Genova citano Calamandrei ma non Enzo Tortora
Uno show a cui hanno dato man forte personaggi dello spettacolo. A Bologna l’Anm ricorre per la sua propaganda a un video-pop di Leonardo Santini. Nella Capitale si è invece esibito Gianrico Carofiglio, lo scrittore ed ex magistrato, già senatore del Partito democratico, alla platea del cinema Adriano, di fronte alla Cassazione, ha pronunciato un discorso dagli accenti pulp: “Dobbiamo sempre tenere conto che abbiamo interlocutori molto spregiudicati e poco inclini a considerare il tema della verità”, ha detto tra l’altro nel suo intervento, come se gli esponenti del governo fossero i cattivi di qualche suo romanzo giallo.
Tutti promossi i magistrati del processo a Enzo Tortora, tranne il giudice che lo assolse
A Genova, è invece andato in scena, perorando le ragioni dello sciopero dei magistrati, Antonio Albanese, che ha interpretato un discorso di Piero Calamandrei in modo shakespeariano. Peccato che il protagonista di Cetto La Qualunque non abbia letto per l’occasione un altro genovese illustre, Enzo Tortora. Il giornalista e conduttore tv che, per la giustizia giusta si è battuto in ogni sede. Albanese poteva leggere il suo celebre intervento in aula, al processo che lo vedeva imputato come “camorrista”. Per la cronaca, i giudici che lo hanno condannato (ingiustamente), hanno fatto una brillante carriera e dopo quel processo vennero addirittura promossi. Tutti promossi, tranne il giudice che lo assolse. Tanto per ricordare come funziona la meravigliosa macchina della giustizia, che i magistrati chiedono di non toccare.