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L'intervista

L’economista Lombardi: “Sui dazi, l’Italia rischia grosso. Ma può giocare una partita strategica”

"Colpire l’Europa con i dazi è un boomerang per gli stessi Stati Uniti", parla il direttore del Luiss Policy Observatory presso la Luiss School of Government

Economia - di Alice Carrazza - 30 Marzo 2025 alle 07:00

Gli Stati Uniti di Trump alzano nuove barriere commerciali e il Vecchio Continente si ritrova al centro di un rischio incrociato: tra esportazioni penalizzate, filiere produttive frammentate e reazioni ai dazi che potrebbero innescare un’escalation. Ma tra le righe della tensione si intravedono anche spazi per una risposta italiana calibrata e ambiziosa. Ne parliamo con Domenico Lombardi, Professore di Pratica delle politiche pubbliche e direttore del Luiss Policy Observatory presso la Luiss School of Government, con un passato nei board del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington.

Professore, quanto rischia l’industria italiana di fronte alla nuova ondata di dazi americani?

I rischi sono tutt’altro che marginali. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato extra-Ue per l’export italiano di beni e servizi. È dunque evidente che l’introduzione di nuovi dazi colpirebbe direttamente la nostra industria, erodendo la competitività delle imprese italiane in un mercato fondamentale come quello statunitense. Basti pensare che circa un quinto delle esportazioni di autoveicoli italiani è destinato proprio oltreoceano.

Ma non è tutto: le ricadute sarebbero anche indirette. La nostra industria è fortemente integrata con le filiere produttive europee. Di conseguenza, se l’export di economie chiave come Francia e Germania venisse frenato dalle stesse misure restrittive, gli effetti si propagherebbero a catena anche sul sistema produttivo italiano.

Eppure, nel primo mandato di Trump, alcuni dazi ci avevano paradossalmente avvantaggiato. Potrebbe ripetersi?

Oggi si nota una discontinuità evidente, almeno sulla base di quanto si è visto negli ultimi due mesi. Durante la prima amministrazione Trump, l’obiettivo principale era contenere le pratiche commerciali mercantiliste e le politiche di investimento asimmetriche della Cina. Anche Canada e Messico erano finiti sotto osservazione, ma si erano poi trovati correttivi che non avevano stravolto i flussi di commercio e investimento all’interno del mercato nordamericano. Stavolta lo scenario è diverso. Le misure colpiscono indiscriminatamente, anche partner storici come l’Europa.

“Una leva per la politica industriale”

Ma più che le intenzioni, bisogna guardare alla loro sostenibilità politica, poiché tali misure – particolarmente restrittive e applicate in modo indiscriminato – finiscono per penalizzare anche numerosi settori statunitensi: quelli che dipendono dalle importazioni di materie prime, semilavorati e prodotti finiti, e che non possono – almeno nel breve periodo – sostituirle con una produzione domestica. Non è dunque irragionevole ipotizzare una reazione dei distretti elettorali più esposti: i primi segnali si fanno già sentire. Con un paradosso evidente. Proprio l’elettorato trumpiano, deluso dalla globalizzazione selvaggia degli anni passati, rischia oggi di pagare il prezzo della de-globalizzazione imposta per decreto, senza che siano state costruite valide alternative interne. Il rischio è un corto circuito economico e politico che nemmeno la robusta economia americana può permettersi a cuor leggero.

C’è uno spazio per trasformare questa minaccia in una leva per una strategia industriale italiana?

Sì, ma serve innanzitutto mitigare la controrisposta. La prima cosa da evitare è una rappresaglia europea troppo rigida: rischia di rafforzare, agli occhi di Washington, la legittimità delle scelte iniziali dell’amministrazione. Ma ciò non significa restare immobili. Al contrario, è il momento di agire in modo strategico, puntando su ciò che può rafforzare la posizione dell’Italia nel medio-lungo periodo: attrarre grandi investimenti statunitensi.

“Serve una risposta intelligente, non una ritorsione”

Su questo fronte, il nostro Paese parte da una posizione favorevole: può contare su un canale di dialogo privilegiato con l’attuale amministrazione americana e beneficiare di una percezione positiva, da parte dei mercati internazionali, rispetto alle politiche economiche del governo Meloni. Ne sono prova concreta gli investimenti annunciati da Microsoft, pari a quasi 4 miliardi di euro, nei settori dei data center e dell’intelligenza artificiale. Si tratta di continuare su questa strada.

Ma quando sono le aziende a scaricare i dazi sui consumatori? Ferrari, ad esempio, ha aumentato i listini del 10%.

Dipende dalla struttura di ciascun mercato. In generale, difficilmente un’impresa esportatrice potrà traslare sul consumatore finale l’entità complessiva del dazio. Alcune aziende, come Ferrari, operano in segmenti in cui la domanda è meno sensibile al prezzo. Per loro, un incremento dei listini è praticabile, ma solo in minima parte. Altri settori – con consumatori molto più sensibili al prezzo – dovranno invece assorbire parte del costo, comprimere i margini e cercare mercati di sbocco alternativi, come la Cina.

Va poi considerata una dinamica più ampia: se l’Europa risponde con misure restrittive verso Pechino, si alimenta una narrativa che ci avvicina ulteriormente alla Cina, proprio ciò che gli Stati Uniti vorrebbero evitare. E non è escluso che, in questo contesto, molte economie inizino a saldarsi tra loro per ridurre la dipendenza da mercati instabili: uno scenario che Washington non auspica affatto.

“Un’economia sotto pressione”

Spostiamoci in Borsa. Wall Street ha accusato il colpo, ma i listini europei – compresa Piazza Affari – sono rimasti sorprendentemente stabili. Come lo spiega?

Negli Stati Uniti prevale un clima di incertezza crescente. Gli indicatori anticipatori mostrano un picco che, secondo i modelli storici, può preannunciare una fase recessiva. La stessa Casa Bianca ha riconosciuto ora pubblicamente questo rischio. A ciò si somma una stretta monetaria ancora in vigore: la Federal Reserve, a fronte di un’inflazione riaccesa dalle barriere commerciali, ha interrotto il percorso di riduzione dei tassi di intervento. Il risultato è un’economia sotto pressione e mercati finanziari più nervosi.

Tutto ciò accentua le frizioni interne all’amministrazione americana, spingendo verso un ripensamento selettivo delle misure.

In conclusione, come dovrebbe muoversi l’Italia? E l’Europa?

L’Italia può e deve giocare una partita strategica. Il governo dispone di un capitale politico raro: la capacità di accesso diretto – soprattutto del presidente del Consiglio – ai vertici dell’amministrazione americana. È un vantaggio che andrebbe utilizzato con lungimiranza, soprattutto in vista della fase due, quando le conseguenze economiche dei dazi cominceranno a farsi sentire anche in America.

Parallelamente, va perseguita con determinazione la linea dell’attrazione degli investimenti. Una strategia che l’esecutivo ha già mostrato di saper condurre con efficacia, e che ora può diventare il perno di una risposta italiana, più diplomatica che ritorsiva, ma non per questo meno incisiva.

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