
Arrivano gli aiuti
Terremoto in Myanmar: sono oltre mille i morti. Si temono cifre apocalittiche e una nuova bordata
Scossa di magnitudo 7.7 con replica a 6.4: epicentro vicino a Sagaing. Il sisma avvertito anche in Thailandia, Laos e Cina. La giunta militare dichiara lo stato d’emergenza
Un terremoto devastante. Cumuli di macerie ovunque. Così il giorno dopo la scossa, il Myanmar si risveglia – se così si può dire – in un incubo. Oltre mille corpi senza vita, 2.376 feriti, città piegate, templi sbriciolati, palazzi crollati come castelli di carte e strade che sembrano fiumi di pietra scomposta. Ma non è ancora finita. «Le vittime potrebbero essere diecimila», temono le autorità. Una parola sola affiora tra le rovine: ecatombe.
Mandalay piegata. Crolla la Maha Myat Muni Pagoda
Il sisma di magnitudo 7.7 ha colpito in modo brutale. Mandalay, la seconda città più grande del Paese, un tempo culla di cultura e spiritualità, di cui ora non rimane che polvere e dolore. A sgretolarsi anche la Maha Myat Muni Pagoda, uno dei luoghi più venerati dai buddhisti. Dove prima si recitavano preghiere, oggi si scava per trovare corpi.
Un terremoto inarrestabile
Le comunicazioni sono interrotte, le strade impercorribili, i mezzi insufficienti. La giunta al potere scandisce cifre, ma ogni ora che passa è un aggiornamento al ribasso della speranza. La faglia di Sagaing – la più minacciosa del Paese – ha generato il peggio. Nella capitale Naypyidaw e in tutta la zona centrale, secondo l’Istituto geosismico statunitense (Usgc), si sono registrate almeno undici scosse minori nelle ultime ventiquattro ore, con un magnitudo fra 4.1 e 4.5. Una coda sismica inarrestabile, che continua a far tremare la terra sotto i piedi della popolazione locale.
«È come se ci fosse un terremoto a Palermo e venissero giù gli edifici a Monaco di Baviera», spiega Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che interviene su Repubblica. «Si è trattato di un terremoto poco profondo e i danni rischiano di essere importantissimi». E aggiunge: «Anche da noi c’è nel sottosuolo un prolungato accumulo di energia e poi il suo rilascio sotto forma di eventi sismici. La grande differenza, per nostra fortuna, è che qui le velocità in gioco sono 10 volte inferiore. La placca indiana mostra uno spostamento di 3-4 centimetri all’anno, mentre l’Appennino si dilata a una velocità di 4 millimetri annui. Di conseguenza frequenza e magnitudo sono minori».
Bangkok: l’altra ferita. Settanta dispersi
Ma la furia tellurica non si è fermata ai confini. Bangkok ha pianto dieci delle sue anime, intrappolate sotto un grattacielo in costruzione che ha ceduto come cartapesta. I soccorritori, col fiato corto e le mani insanguinate, parlano di quindici persone ancora vive sotto i detriti, a una profondità tra i cinque e i dieci metri. Altri settanta operai risultano dispersi. I droni sorvolano la città per trovare i sopravvissuti. I video, girati da monaci armati solo di smartphone, mostrano il crollo in tempo reale.
L’appello disperato della giunta: “Aiutateci”
Ieri, Min Aung Hlaing, capo della giunta militare birmana, ha rotto il silenzio e lanciato l’appello. «Qualsiasi Paese, qualsiasi organizzazione». La supplica. La voce del potere si è fatta richiesta, e il mondo, almeno in parte, ha ascoltato.
Il primo a muoversi: l’India
New Delhi ha risposto per prima. Il ministro degli Esteri, Subrahmanyam Jaishankar, ha annunciato l’invio immediato di un C-130 carico di aiuti: «Kit igienici, coperte, cibo e beni di prima necessità». Non solo: «Una squadra di ricerca e soccorso e una squadra medica stanno accompagnando questo volo. Continueremo a monitorare la situazione».
La Cina si mobilita: “Siamo una comunità”
Dalla Cina, il cordoglio del presidente è arrivato. Xi Jinping ha inviato un messaggio personale a Min Aung Hlaing: «Sono rimasto fortemente colpito nell’apprendere che il Myanmar è stato colpito da un forte sisma, che ha causato ingenti perdite di vite umane e di proprietà. A nome del governo e del popolo cinese, vorrei esprimere le mie più sentite condoglianze alle vittime e la mia sincera solidarietà alle famiglie delle vittime, ai feriti e alle persone che vivono nelle zone colpite dal disastro».
E ancora: «La Cina e il Myanmar sono una comunità con un futuro comune, che condivide prosperità e sofferenze, e i due popoli hanno una profonda amicizia fraterna. La Cina è disposta a fornire l’assistenza necessaria e a sostenere la popolazione delle zone colpite dal disastro affinché superi la situazione e ricostruisca le proprie case il prima possibile».
Non solo parole. A Yangon è già arrivata una squadra di soccorso medico d’emergenza composta da 37 esperti dalla provincia dello Yunnan, nell’estremo sud-ovest della Nazione. Hanno portato con sé 112 set di equipaggiamento specializzato: rilevatori di vita, droni da ricognizione, sistemi satellitari, strumenti di allerta precoce. Nessuna vittima cinese, al momento. Ma la macchina dell’assistenza è già partita.
Il tempo corre in Myanmar
In questo scenario apocalittico, resta una sola verità: è una lotta contro il tempo. E la Birmania, afflitta da anni di dittature, conflitti e miseria, oggi si ritrova anche schiacciata dalla forza incontrollabile della natura. Il mondo guarda, invia, prega.