
Lo scenario
C’è un mondo oltre gli Usa: tutti i numeri dell’export italiano a livello globale
I dazi americani sono un problema, ma una corretta strategia commerciale basata su diversificazione e competitività può fare la differenze. L'Italia la sta già perseguendo. Ora tocca all'Europa
C’è un mondo oltre gli Usa, ed è quello a cui guarda l’Italia per affrontare la crisi dei dazi. Il governo da tempo punta sul rafforzamento delle relazioni commerciali a livello globale, con una strategia che vede il premier Giorgia Meloni impegnato in prima linea: «La politica estera è politica interna», ha ripetuto più volte dall’inizio del suo mandato, ricordando che «ogni rapporto solido che si crea è una porta aperta per le nostre imprese, per i nostri prodotti, per i nostri lavoratori. Ecco perché io faccio del mio meglio per aprire quelle porte». Oggi che i passaggi delle porte americane sembrano restringersi, la portata strategica di questa impostazione appare ancora più evidente. E il lavoro svolto fin qui si afferma come viatico per quell’accelerazione che i tempi impongono e che è, di fatto, diventata anche uno dei principali dossier sul tavolo del ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
La strategia della diversificazione
Il governo, non da oggi, ma «da mesi», come ha spiegato Tajani in queste ore, è al lavoro per la diversificazione dei mercati di destinazione dell’export italiano. Si guarda in particolare a quelli definiti “ad alto potenziale”, come Algeria, Messico e Arabia Saudita, ma i margini di crescita sono globali.
L’export italiano nel mondo: dove e quanto
Gli Usa, come ricordato anche da Meloni, rappresentano circa il 10% dell’export italiano. Sono, dunque, una piazza importante che, nonostante tutto, continuerà a rimanere aperta. Ma non sono l’unica. Secondo le tabelle di Info Mercati Esteri, l’Osservatorio economico del governo italiano, aggiornate a marzo di quest’anno, nel 2024 la quota di export in Asia è stata del 13,3%, della quale il 7,7% nei Paesi Asean (Associazione delle Nazioni del Sud est asiatico); in Africa, al centro della intensa azione di cooperazione lanciata con il Piano Mattei, siamo al 3,2%; in America Centro Meridionale al 3,4%; nell’America settentrionale, dunque compreso il Canada, complessivamente l’11,4%; in Oceania e altri territori il 2,6%. Margini di crescita, insomma, se ne possono individuare.
Il mercato europeo
Il grosso delle nostre esportazioni riguarda invece l’Europa. Complessivamente il mercato del Vecchio continente assorbe il 66,1% del nostro export, con il 51% all’interno dei 27 (che diventa il 41,6% se si considera la sola area euro) e il 15,1% nei Paesi extra Ue. E qui il tema che si pone è un altro: come agevolare il mercato interno e, insieme, come renderlo complessivamente più competitivo rispetto ai partner globali. Come, cioè, eliminare quei vincoli che Mario Draghi, aggiornando i contenuti della sua relazione sulla competitività al contesto attuale, ha definito “dazi autoimposti”. Anche questo è un tema che l’Italia pone da tempo, da prima che arrivasse Draghi a evidenziarlo. E che ora il premier ha rilanciato parlando della necessità di ragionare su come rimuovere gli ostacoli posti da misure come il Green deal e il Patto di stabilità o dalle debolezze del mercato energetico.