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Marracash

Woke? No, grazie

Marracash fuori dalla bolla: “La sinistra si è persa nei salotti e tra i carri del Pride, il popolo ora guarda a destra” (video)

Altro che rapper engagé: il King del rap italiano mette all’angolo il wokismo da salotto: "La sinistra non rappresenta più nessuno. Si è autoesclusa, si è schiantata"

Società - di Alice Carrazza - 1 Aprile 2025 alle 14:13

C’è chi vive in una bolla, e chi, come Marracash, preferisce farla scoppiare. Nell’Episodio 2 di Fuori dalla bolla, il rapper si libera da ogni filtro e si confronta col giornalista Francesco Oggiano. Più che un’intervista, è un atto politico mascherato da chiacchierata: il King del rap italiano mette sul tavolo tutto ciò che molti pensano e quasi nessuno osa dire. Soprattutto tra gli artisti.

Marracash: “La sinistra si è autoannullata”

E lo fa con la lucidità di un osservatore esterno che non ha bisogno di schierarsi per dire la sua. «La sinistra si è schiantata. Si è autoannullata, un po’ in tutto il mondo», dichiara senza giri di parole. Per Marracash, il progressismo contemporaneo si è ridotto al solo vocabolario woke, svuotandosi di ogni ancoraggio sociale. Quando Oggiano prova a replicare, osservando che si tratta di una “visione ingenerosa”, lui non arretra di un millimetro: «Guarda che l’hanno voluto loro. È la Schlein che va a ballare sui carri. Raga, non so…». E aggiunge: «L’elettorato popolare si è spostato a destra».

Marracash: “Comunista è una parolaccia”

Marracash tocca anche un nervo scoperto del lessico politico: l’uso della parola “comunista”. «Mi scrivono: “Sei Comunista”», racconta con tono ironico. «Comunista è una parolaccia come dire fascista. È una cosa sterile», osserva. Un’etichetta che, secondo lui, ha perso ogni valore reale: «È ormai una parola vetusta», dimenticata dalla storia.

A questo punto Oggiano incalza: «La sinistra ha abdicato a quel compito di rappresentare le istanze più concrete delle persone». E Marra risponde senza esitazione, specificando: «Sì, la sinistra e i cosiddetti simpatizzanti di sinistra, tutti gli artisti che storicamente hanno appoggiato certe idee, robe così».

Inclusività a parole, esclusione nei fatti

Marracash non fa sconti a nessuno. Il bersaglio non sono le minoranze, ma l’uso strumentale delle battaglie da parte di un’élite che ha smesso di conoscere il Paese reale. «Inclusività spacciata e presunta», la definisce. Un feticcio di facciata che non tocca mai i veri esclusi, in pratica, tutti vogliono essere inclusivi, ma non coi poveri. Mentre si sventolano bandiere arcobaleno, il ceto medio evapora.

Lui, ammette, non ha mai votato, ma vede più chiaramente di tanti analisti: la sinistra non rappresenta più nessuno. «L’hanno buttata su un certo tipo di emarginazione, su un certo tipo di minoranze» — accusa, ribadendo che quei temi restano importanti, ma aggiungendo che si sono non ci si può dimenticare di chi non ha nient . Parole che pesano, pronunciate con quella cruda sincerità che da anni è la cifra più autentica dei suoi versi, e dei suoi album da Persona a È finita la pace.

Il naufragio dell’attivismo da social

Parla anche di attivismo, o meglio di quella sua degenerazione digitale che definisce con un ghigno amaro: «L’attivismo sui social resta un po’ sui social». A colpire non è l’idea dell’impegno, ma il modo in cui viene performato per il consenso. E qui è Oggiano a spiegarlo perfettamente: «C’è chi mette la sua immagine al servizio di una battaglia e chi, invece, usa una battaglia al servizio della sua immagine».

Nel mondo dei like, l’indignazione è effimera e la verità è liquida. «Non c’è più un pusher di verità. Una volta c’era il telegiornale, tutto il resto era controinformazione con un potere dirompente e di scandalo. Oggi, invece, ci sono miliardi di verità, e siamo tutti indifferenti», dice. E allora cosa ci smuove ancora? «Le polemiche da 24 ore», quelle che si consumano e si dimenticano con la stessa velocità di una stories su Instagram. «Non c’è mai stata così tanta confusione».

L’industria musicale come metafora del declino

La sua critica all’industria musicale diventa radiografia di un sistema più ampio. «La musica fa schifo. Il cinema pure. Siamo in pieno Medioevo culturale». E non si riferisce al talento, ma al metodo: algoritmi, numeri, formule preconfezionate.«Non posso ascoltare una canzone scritta da otto persone che cercano di indovinare cosa vuole il pubblico».

E poi c’è l’ossessione per la visibilità, i fuochi d’artificio promozionali, la maschera da circo. Ma lui no. «Alla fine ho detto: raga, non facciamo niente. Usciamo col disco e vaffanculo». Una scelta controcorrente, che sa di gesto “politico”, in certo senso, più che discografico.

Verità, disagio e identità

Nel mondo delle pose, Marracash rivendica la sostanza. Parla di disagio, di ansia, di depressione, di identità da difendere con le unghie. «È dura vivere con una maschera addosso. Ma la passione è l’unica verità che ti salva». E ancora: «Oggi l’artista è costretto a diventare la caricatura di se stesso per sopravvivere in un mercato che lo vuole sempre acceso».

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di Alice Carrazza - 1 Aprile 2025