Ansia da elezioni
Bonaccini va di fretta: «Prima si vota e meglio è». Ma a Cernobbio l’83% boccia il campo largo
Stefano Bonaccini ha già deciso: «Prima si vota e meglio è». Il governo «non sta facendo nulla», la destra è «ossessionata solo dal timore di perdere». Mancano soltanto la data delle elezioni e, possibilmente, la collaborazione degli italiani. Per il resto, al Pd sembrano avere già apparecchiato tutto.
C’è però un piccolo, ma non banale inconveniente. Nelle stesse ore in cui il presidente dem annunciava praticamente il conto alla rovescia per Giorgia Meloni, da Cernobbio arrivavano numeri assai meno trionfali per la sinistra: il 68% della platea di industriali e manager promuoveva l’operato del premier, mentre l’83% bocciava il campo largo.
Dev’essere per questo che Bonaccini ha tanta fretta.
La surreale intervista di Bonaccini al Corriere
Più dei proclami, nell’intervista a Maria Teresa Meli del Corriere della Sera colpisce il tono. Quello non cambia mai. L’Italia è «in declino», la sanità pubblica «crolla», il Pnrr «è finito», le infrastrutture sono state «sacrificate ad un ponte che non è mai partito».
Sentenze, più che argomenti. Con quella vecchia postura della sinistra italiana che sembra aver trovato una spiegazione definitiva a ogni sconfitta: gli altri non hanno ancora capito.
Non è il Pd a dover convincere gli elettori. Sono gli elettori che, prima o poi, dovranno rendersi conto che il Pd aveva ragione.
È la superiorità morale trasformata in strategia elettorale. E i risultati, negli ultimi anni, si sono visti.
Bonaccini riesce a dispensare lezioni anche mentre parla del campo largo. Sul candidato premier spiega che «decideremo insieme a tutti gli altri e le primarie sono un’opzione». Una frase che dovrebbe rassicurare gli alleati e che invece suona quasi come una concessione: tranquilli, al momento opportuno vi faremo sapere come potrete partecipare.
Poi arriva la profezia per Meloni: «Quando si cambiano le regole per paura di perdere, poi in genere si perde davvero».
Suggestivo. Soprattutto pronunciato da chi invoca elezioni anticipate mentre il suo campo non ha ancora un leader, una linea comune né, a giudicare da Cernobbio, folle impazienti di consegnargli Palazzo Chigi.
Il governo deve cadere perché lo dice Bonaccini
Il paradosso è tutto qui. Il campo largo deve ancora capire chi lo guiderà e, soprattutto, su cosa dovrebbe governare insieme. Ma nel Pd sono già alla fase successiva: spiegare alla maggioranza che ha paura di perdere.
Prima bisognerebbe vincere.
Bonaccini, invece, sembra considerarlo quasi un dettaglio procedurale. Vuole andare alle urne «prima» possibile e dipinge una destra terrorizzata dal giudizio degli italiani. È una sicurezza singolare per un’opposizione che continua a discutere di coalizioni, primarie e leadership mentre Meloni resta a Palazzo Chigi.
Il dato di Cernobbio rende la scena ancora più gustosa. Mentre Bonaccini racconta un governo praticamente agli sgoccioli, industriali e manager promuovono Meloni e affondano il campo largo.
E allora forse il problema della sinistra non è quando si voterà. È questa autocelebrazione e questa supponenza incarnata al meglio da Bonaccini. Perché le elezioni conservano una fastidiosa abitudine: alla fine bisogna contarli, i voti. Al di là dei proclami e delle lezioni.