Richiesta di chiarimenti
Commissione Covid, altri due imprenditori parlano sotto giuramento. FdI incalza Conte: «Ora servono risposte»
Altre testimonianze in commissione Covid hanno riacceso i riflettori sul “sistema Pd-Cinquestelle messo in atto nella gestione della pandemia, che ha generato mostri. E il lavoro della Commissione d’inchiesta Covid lo sta evidenziando”. Sono le parole di Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid, che ha ripreso i suoi lavori, ascoltando altre testimonianze di imprenditori. “Conte, Arcuri, Speranza e altri dovrebbero chiedere scusa e spiegare. Continuano, infatti, a emergere testimonianze sulle ‘consulenze’ offerte dall’avvocato Luca Di Donna, ex collega dell’allora premier Giuseppe Conte, per facilitare l’ottenimento di commesse pubbliche o finanziamenti, a fronte del pagamento di percentuali fino al 10% degli importi ottenuti. Chi ha pagato ha fatto affari milionari, chi si è rifiutato è stato tartassato di controlli e non ha ottenuto ordinativi. Solo una coincidenza?”. Sono solo domande, sono circostanze e testimonianze che richiedono chiarimenti e sulle quali proseguono le audizioni di imprenditori. Alice Buonguerrieri, capogruppo di FdI in commissione Covid, Antonella Zedda, della commissione e gli altri esponenti di FdI intendono proseguire il loro lavoro di approfondimento.
Commissione Covid, altre audizioni altri fatti che attendono risposte
Anche nei mesi scorsi diversi imprenditori sentiti dalla Commissione d’inchiesta sulla pandemia hanno raccontato di essere entrati in contatto durante l’emergenza Covid con l’avvocato Luca Di Donna, professionista legato allo studio Alpa ed ex collega dell’allora premier Giuseppe Conte. Di Donna, assieme ad altri, in virtù dei suoi rapporti – veri o presunti – con il presidente del Consiglio dell’epoca, offriva attività di “consulenza legale” per facilitare l’ottenimento di commesse o finanziamenti pubblici. Le attività di Di Donna –chiarisce un report interno della Commissione che il Secolo ha potuto visionare e del quale hanno dato conto anche altri quotidiani – sono già state oggetto di un’indagine della magistratura. Che si è conclusa con un’archiviazione – perché la Procura ha ritenuto che i fatti non fossero penalmente rilevanti. “Tuttavia, dai lavori della Commissione sono emerse ulteriori testimonianze rispetto a quelle già acquisite nelle aule giudiziarie, che delineano un quadro inquietante: chi pagava otteneva fondi e commesse, chi si rifiutava, invece, subiva un aumento di controlli e impedimenti”.
Scrive in una nota dettagliata e riportata dall’Adnkronos Alice Buonguerrieri: “Continuano a emergere fatti gravi dai lavori di commissione Covid e che confermano come l’avvocato Di Donna ricevesse soldi a percentuale spendendo, direttamente o indirettamente, il nome di Giuseppe Conte. Oggi, sotto giuramento, il dottor Prete e il dottor Peligra, rappresentanti della società Portobello Spa, hanno riferito che l’avvocato Di Donna fu loro presentato come collega dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, operante in uno studio romano molto importante con rapporti istituzionali di alto livello e in grado di dialogare fattivamente con i vertici di Cassa Depositi e Prestiti al fine di poter ottenere dei finanziamenti. E infatti Portobello spa ottenne da Cdp un finanziamento di 3,5 milioni di euro e i procacciatori di affari, così come definiti, ossia gli avvocati Luca Di Donna e Lavori riuniti srl, incassarono per questa operazione 125 mila euro oltre Iva, ovvero il 3,5% sul finanziamento erogato”.
Non si tratta di accuse ma di domande precise
Questo fatto rappresenterebbe conferma di un sistema di affari creato dall’avvocato Di Donna. “Come è possibile che uno studio privato, per di più lo studio ove ha lavorato lo stesso Conte, svolgesse un ruolo di intermediazione con un’istituzione finanziaria controllata dallo Stato? Perché proprio un legale privato, l’avvocato Di Donna, collega dell’allora premier Giuseppe Conte, si occupava di introdurre imprese presso Cassa Depositi e Prestiti, soggetto pubblico, vestendo i panni del procacciatore di affari più che dell’avvocato? Perché Conte minaccia di querela tutti coloro che riferiscono questi gravi fatti che lo vedono coinvolto, con testimonianze tra l’altro coerenti e coincidenti, e non ha ancora querelato chi ha utilizzato il suo nome per fare affari? Sono domande a cui ci aspettiamo risposte”, conclude la nota. Non accuse, solo domande.
Le testimonianze sotto giuramento. Conte ha il dovere di spiegare
“Perché il nome di Conte compare ancora una volta nelle testimonianze relative alle attività di Di Donna? Non si tratta di accuse, ma domande precise che nascono da dichiarazioni rese sotto giuramento. E meritano risposte altrettanto precise”, chiede il senatore di Fratelli d’Italia Guido Liris, componente della Commissione Covid. Il fatto è che “il giro d’affari attorno alla gestione della pandemia si ingrossa: più la commissione d’inchiesta Covid scava, più escono fuori le intermediazioni dell’avvocato Luca Di Donna a suon di migliaia di euro di consulenze”, fa notare Francesco Filini, componente della commissione Covid e responsabile del programma di FdI.-. Ora dalle audizioni testimoniali ne emerge addirittura una per accedere a linee di finanziamento con Cassa Depositi e Prestiti. Giuseppe Conte, all’epoca Presidente del Consiglio dei Ministri, ha il dovere morale di spiegare agli italiani perché durante la pandemia gli imprenditori che avevano necessità di un prestito da Cassa Depositi e Prestiti dovevano passare per l’intermediazione del suo ex collega di studio, in cambio di una lauta percentuale”. Così in una nota il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Filini, componente della commissione Covid e responsabile del programma di FdI.
“Perché Conte non querela Di Donna?”, dichiara a News Italia Media Francesco Ciancitto, vicepresidente della commissione Covid. “Forse tre indizi non fanno una prova, ma di certo alimentano molti dubbi. Nel corso dell’audizione della commissione Covid, il nome dell’avvocato Luca Di Donna è riecheggiato più volte. Pietro Peligra e Simone Prete, rappresentanti della società Portobello Spa, hanno dichiarato sotto giuramento di essersi rivolti a Di Donna dopo che gli era stato presentato come collega dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Come già raccontato da altri imprenditori. Di fronte a tali rivelazioni è legittimo chiedersi perché l’ex premier Conte, che sembra essere sempre in procinto di sporgere querela ogni volta che il suo nome viene accostato alla pandemia, non abbia ancora querelato l’avvocato Di Donna che ha utilizzato più di una volta il suo nome?”. Fratelli d’Italia chiede chiarezza. “Il silenzio di fronte a un simile intreccio di affari e politica, che coinvolge i vertici dell’allora governo Pd-M5S, non è più accettabile”, dichiara Raffaele Speranzon, vicepresidente vicario dei senatori di Fdi.
La replica del M5S
Non si è fatta attendere la replica del M5S. “Anche oggi Fratelli d’Italia usa la Commissione d’inchiesta sul Covid per gettare nuovo fango addosso a Giuseppe Conte. Lo fa, peraltro, con il solito disprezzo per le regole, ascoltando due soggetti già interrogati a luglio dai consulenti della Commissione in un commissariato di pubblica sicurezza, ampiamente al di fuori dei confini regolamentari”. Si affida alle procedure in una nota Alfonso Colucci, Capogruppo del Movimento 5 Stelle nella Commissione d’inchiesta sul Covid. Parla di “strumentalizzazione da parte del partito della premier Meloni. Oggi, con toni sensazionalistici e complottistici, annunciano fatti nuovi su cui Conte deve spiegare. Possono stare tranquilli: Conte tornerà in Commissione Covid come previsto e risponderà a tutte le domande che vorranno fargli, perché non ha niente da nascondere o da temere”.