Lo sguardo sul Sud
Il meridionalismo o è di destra o non è: per la sinistra è solo l’ennesima battaglia antinazionale
Serve una cultura meridionalista che si giovi degli strumenti della cultura: poesia, romanzo, teatro, cinema e che sia dichiaratamente e intelligentemente di destra
La revisione storiografica dell’unificazione nazionale nacque a destra, come effetto di un pensiero tradizionalista prima evoliano poi cattolico; e di un serio studio dei fatti del XIX secolo. In estrema sintesi, che l’unità politica dell’Italia era un’esigenza come quella della Germania; e tuttavia si poteva realizzare anche in altri modi e non per forza con l’unificazione centralista, bensì tenendo conto della millenaria storia delle realtà particolari. Negli anni 1980-2000 lavorò intensamente e seriamente un gruppo umano la cui vicenda meriterebbe altra narrazione. Ricordiamo qui l’Alfiere, Tradizionalismo Popolare, Tradizione e Comunità, Thule, Controrivoluzione, Ordine Costantiniano… E persone che, lo si dica anche qui in sintesi, erano dichiaratamente di destra e militanti attivamente nel Msi-Dn.
Il meridionalismo antinazionale della sinistra
Di tutto ciò, anche per effetto inevitabile della falce della Morte, nel 2026 quasi nulla rimane; e il caotico e urlante e disinformato meridionalismo di oggi ha assunto caratteri del tutto contrari a quelli originari, mostrandosi vagamente ma palesemente di sinistra o centrosinistra; e facendo del localismo un confuso e truce atteggiamento antinazionale. Ed ecco che gli insorti del 1860 (o briganti che dir si voglia) vengono spacciati per repubblicani e socialdemocratici da reazionari e monarchici borboniani quali in realtà erano, e lo furono con tutta evidenza; e le loro azioni vengono lette secondo il più trito e cupo economicismo e materialismo borghese.
Lo scivolamento a sinistra è stato ed è favorito da una desolante ignoranza dei fatti accaduti in Italia, e figuratevi in Europa, dal 1814 al 1870, e anche prima e dopo; e da un sentimento di frustrazione che si va diffondendo nel Meridione e altrove, cui si tenta di rispondere con vanterie generiche o con la scoperta di primati e fantasticherie di ricchezze e felicità mai vedute… alcuni primati anche veri come il famoso treno Napoli-Portici, ma quasi sempre in edizione unica quali i giocattoli volanti di Archita, che, defunto il dotto, smisero di volare.
La lezione di Squitieri
Come che sia, non c’è alcuna sopravvivenza di un meridionalismo di destra. Nel 1999 uscì… no, venne solo girato e poi restò clandestino, il bel film del compianto Pasquale Squitieri Li chiamarono… briganti!, il quale film non è stato visto in nessuna sala e nessuna tv, con un’operazione di palese censura da parte di tutti. Di tutti, perché a tutti, e giustamente, aveva qualcosa da rimproverare: ai Borbone l’inettitudine, al governo unitario le repressioni, ai borghesi meridionali la velocità di cambiare gabbana, alla Curia pontificia le ambiguità, ai briganti l’incapacità di far fronte comune… Nessuno voleva sentirselo dire, e il film si vede solo in internet.
Il coraggio di raccontare la storia come fu
E invece sarebbe ora di raccontare anche quella storia per come fu e non come se l’inventarono o se l’inventano. Ci furono, da ogni parte, menti e cuori sinceri e pervasi da romantico amor di Patria e da fedeltà ai troni; ci furono confusioni di progetti e pensieri; ci furono interessi contrastanti; ci furono atti di valore militare e atti di viltà; fu determinante, sia pure in modo disorganico e spesso a caso, Napoleone III… Ci fu di tutto, come in ogni storia umana, e non si vede perché quella del 1860 debba essere per forza più retoricamente nobile tipo libro Cuore, oppure l’opposto, e perciò meritevole di ingiurie infondate.
La necessità del meridionalismo storiografico di destra
A oggi, 2026, un meridionalismo storiografico di destra, essendo assente, dovrebbe semplicemente ricominciare ad esistere. Che fare? Secondo me, basta raccontare le cose come andarono. Per dirla in epigrafe: 1. La divisione dell’Italia non iniziò al Congresso di Vienna del 1815, ma con l’incompleta invasione longobarda del 568. 2. Nell’Europa del XIX secolo, la situazione politica frammentaria dell’Italia, e molto più della Germania, non poteva durare. 3. I fatti del 1848-70 andarono come andarono, e nemmeno tutti ragionati, e spesso dettati dalle circostanze. 4. Dal 1850 in poi, il Regno delle Due Sicilie si tirò fuori dalla storia, senza avere né alleati né nemici; e pagò l’isolamento con l’evidenza che le decisioni del 1859-61 vennero assunte altrove. 5. Gli antiborbonici meridionali furono altrettanto passivi e inetti dei Borbone, e si lasciarono annettere (alla lettera) senza discutere e senza manco guadagnarci qualcosa: per un presidente del Consiglio meridionale dobbiamo attendere Crispi nel 1887. 6. Gli insorti detti briganti erano borboniani e cattolici e reazionari e antiliberali, senza però alcuna linea politica definita e senza alcun coordinamento. 7. I governi unitari, in specie quello 1922-43, fecero molto per il Meridione (ferrovie, strade, bonifiche di paludi e città, porti, industrie, scuole…), ma le strutture sociali non paiono aver compiuto radicali mutamenti, e il Sud non ha una classe dirigente e la sua cultura (utopie a parte, in cui eccelle!) resta d’accatto.
La dicotomia tra cultura e vita
Domina una dicotomia tra cultura e vita, tra classe intellettuale e popolo, che risale al cartesianesimo del XVII secolo. Serve invece una cultura meridionalista informata e seria, che si giovi degli strumenti della cultura: poesia, romanzo, teatro, cinema; e che sia dichiaratamente però intelligentemente di destra anche a proposito di Meridione.