Oltre il melonismo
“Il primato Meloni”: Briguglio ripercorre i trent’anni che hanno cambiato la destra e la storia dell’Italia
I risultati del governo non nascono oggi, ma affondano le proprie radici nel coraggio di evolvere e nella forza di mantenere la propria identità: un'analisi dall'interno che smonta tutti i pregiudizi
Può una raccolta di articoli (o, meglio, di scritti) pubblicati tra il 2022 e il 2026 tra il Secolo d’Italia e il Riformista mettere a fuoco il peso storico dell’esperienza di Giorgia Meloni alla guida di Palazzo Chigi? Ebbene sì, soprattutto se la firma è quella di Carmelo Briguglio, giornalista e politico, che ha potuto osservare da una visuale privilegiata gli ultimi trent’anni di storia della destra italiana, quelli della sua evoluzione irrevocabile, che ha avuto il suo battesimo ufficiale a Fiuggi, e quindi della storia di questo Paese.
“Il primato di Meloni”: una storia che viene da lontano
In fondo, Il primato Meloni. La destra, la sinistra e il governo più longevo della Repubblica (Kimerik, 2026) assolve specificamente a una missione che, per comodità, può essere definita didattica: rendere digeribile, anche ai più ostinati, una serie di dati sul perché l’esperienza governativa che fa capo alla leader di Fratelli d’Italia sia il frutto di un percorso che, tra identità e innovazione, viene da molto lontano.
Una bussola oltre il melonismo
E di «primati», in effetti, si può parlare senza subire alcuna sanzione. Briguglio li mette in vetrina tutti e tre contemporaneamente: la nascita del primo esecutivo con a capo un’esponente della destra sine glossa; la nomina, in assoluto, della prima donna premier e, in ultimo, la constatazione cronometrica di come quello stesso governo sia il più solido dell’intera vicenda repubblicana, campione di longevità e quindi di affidabilità.
In altri termini, abbiamo a che fare con un testo che, neanche tanto in filigrana, non solo aiuta a comprendere il melonismo, ma si propone come una corposa riflessione sulla stabilità, sul suo valore – anche economico – e sui suoi effetti politico-sociali sull’intero sistema politico, non soltanto nazionale, ma europeo. Un tema nient’affatto marginale, anzi.
Il valore della stabilità
Spiega Briguglio: «I quattro anni del governo Meloni lasciano sul terreno due fatturati oggettivi: il miglioramento del rapporto debito/Pil che consentirà all’Italia di uscire nel 2027 dalla Procedura per Deficit Eccessivo (Pde), quando sarà emessa la certificazione ufficiale di Eurostat sul rispetto del tetto del 3%: obiettivo mancato nel 2026 per un risibile 0,1%, più esattamente uno 0,73 arrotondato a 1, frutto di qualche formale “ingenuità statistica”, oltre che degli effetti negativi perduranti dei crediti fiscali connessi al Superbonus edilizio, cavallo di battaglia della premiership di Giuseppe Conte, che hanno continuato a gravare sulla spesa per interessi e sul debito pubblico».
Su questo punto, Italo Bocchino, direttore editoriale del Secolo d’Italia e autore della postfazione, rilancia: «Definire la stabilità un valore, come scrive, è un concetto che la destra dovrebbe spiegare ancor meglio, persino propagandisticamente in maniera popolare. Il pianeta progressista ama l’instabilità, vive di instabilità, prospera nell’instabilità e per questo – un po’ come fanno le persone con disturbi bipolari – ha bisogno di alti picchi e rovinose cadute. La destra contemporanea, invece, ha donato all’Italia quel che in fondo non aveva mai avuto, ha fatto della stabilità un dato valoriale prima che cronologico».
Un messaggio alla sinistra dei pregiudizi
La riflessione di Briguglio, senza troppi giri di parole, ha un interlocutore ideale, che non siede affatto tra i conservatori, bensì nell’area politico-culturale di una parte della sinistra, incapace di leggere il fenomeno meloniano senza le lenti del grottesco, evocando il fascismo a ogni piè sospinto e avvitandosi in psicodrammi di basso valore teoretico. «La Meloni – scrive – rappresenta una trasgressione indigesta per gli assolutisti della Ragione e, nel contempo, per le sepolte antropologie fasciste; e un pugno nello stomaco ai deliri ultra-tradizionalisti, che intravedo anche nelle suggestioni di certo duginismo putiniano. Occorre che chi nutre pregiudizi se ne faccia una ragione; una definitiva ragione».
Una ragione, cioè, da rintracciare nel campo della cultura politica e nella chiarezza dei processi storici. Sotto questo profilo, Briguglio offre delle coordinate efficaci. Il suo saggio obbliga tutti, destra e sinistra, a misurarsi con una realtà – quella di questi ultimi quattro anni – che non può essere derubricata a parentesi passeggera della vicenda repubblicana, ma va considerata come un fenomeno destinato a lasciare una traccia profonda nelle istituzioni e nel Paese.